La mattina prima della spesa. 

Io di marketing so poco, o niente. Mi affascina, mi interessa, faccio pipì durante il film per guardare la pubblicità e lanciarmi nelle analisi di sociologia spicciola e degenerazione del copywriting che fanno rimpiangere a mio marito le sere in cui invece leggo e sto zitta, ma so di non sapere. Come Socrate, praticamente, il che suona sempre e comunque più rassicurante del pomposo Aristotele, per via della dubbia reputazione delle peripatetiche, ovviamente, ma sto divagando.

Il fatto è che davvero, per quanto mi sforzi, per quanto io cerchi di pensare in un’ottica di leve del marketing, le dannate 4P di Kotler, le mucche viola, le matrici di Ansoff, le campagne di Seguela quando faceva il pianista da Monoprix, ecco, mi sfugge la ragione per cui le promozioni dei supermercati siano diventate una specie di seconda prova della maturità scientifica. 

Perché non posso continuare ad accumulare punti fragola e vincere una coppia di asciugamani blu che stingono, una zuppiera, un arricciacapelli da viaggio o una bilancia come nei favolosi anni ottanta? Perché per avere un coltello del valore commerciale di Euro 1.99 devo accumulare settemila punti e versare un contributo di Euro 4.99? Perché per avere uno sconto del 3% sul 15% della mia spesa devo indebitarmi come Alitalia e Monte dei Paschi messi insieme, perché l’importo minimo di erogazione dello sconto ê di Euro 27.459, 00 in un unico scontrino? E perché lo sconto vale solo se almeno il 20% dei prodotti è dei marchi a volantino, ma cambiano ogni tre giorni a tradimento, e vale solo se la somma delle cifre del totale diviso il numero dei prodotti acquistati per il quadrato di PiGreco dà come risultato il numero di avogadro?

Io non ce la posso fare, a risparmiare, a queste condizioni. Altro che notte prima degli esami, è la mattina prima della spesa che mi spaventa, ammè. 

Un pomeriggio bello. 

Appuntamento nel pomeriggio presto con una recruiter, una ragazza troppo giovane, arriva e ci guardiamo, poi capiamo dove è perché ci siamo già viste. Ha fatto lingue e come me, poi la specializzazione a economia, io a economia ho frequentato solo due corsi, poi ho litigato con il dottorando e rimediato in extremis un trenta e lode con l’iterazione di letteratura australiana e del sud Pacifico, Witi Ihimaera, la Mansfield e quel figo pazzesco di Frank Moorhouse. Aveva capelli naturalmente rossi e sembrava una bambina, poi mi ha stordita di informazioni sindacali sul lavoro in somministrazione, io ho fatto finta di seguirla ma mica tanto, ho pensato ecco, ci siamo, sono entrata in quella fase della vita in cui quelli che arrivano sembrano sempre troppo giovani per sapere anche solo una frazione di quello di cui stanno parlando, e poi invece non appena attaccano a parlare ti schiaffano in faccia con insopportabile naturalezza la tua crescente inadeguatezza di fronte alle loro competenze. Avrei assunto lei su due piedi. Anche su uno solo.

Ha detto che adesso è fatica trovare gente brava, che quelli bravi lavorano già, ho pensato che è sempre stato così, nonostante tutto. 

Poi stasera all’aperitivo c’era una camerierina di quelle che sorridono ma su una lista di cinque cose ne sanno fare tre, e solo in un modo. Chi era con me ha chiesto “qualcosa di esotico” e la ragazza è andata nel panico, al che è sembrato cortese salvarla dall’impasse chiedendo uno spritz. Ho pensato a quando facevo la cameriera io, per pagare le tasse e i libri (usati) e il treno per andare a fare gli esami di letteratura australiana e del sud Pacifico, e se mi chiedevano qualcosa di esotico mettevo su la mia miglior faccia di tolla inventandomi un nome-a-caso-on-the-beach, che faceva estate e rimandava subliminalmente al sex, che il sex, si sa,si vende da solo, e via, crodino e succo a cinque euro e cinquanta on the beach. 

Stasera mi ha scritto una delle mie Anne (ho tante Anne, io) in crisi, abbiamo parlato di crema dei dentini e aperitivi, di quanto tempo ci vuole a tornare normali dopo che hai fatto un bambino, e degli zuccheri in una fetta di anguria. Lei mi ha sognata, ha detto, la scorsa notte, era di nuovo la maturità, ho detto ti rendi conto che abbiamo quasi il doppio degli anni di allora e siamo galline uguali precise, ho pensato. Ma non è vero, in fondo. 

Ho parlato di quanto c’è di noi che sfugge a chi ci vive accanto, della gente di Salerno che se dici prete si scandalizza perché è mancanza di rispetto e si dice parroco, e a volte bisogna attraversare la piazza con qualcuno, e se hai bisogno di un prestito, e quanta vita passa, vissuta o evitata, rimorsi e rimpianti mescolati insieme diventano ricordi in seppia. 

È stato un pomeriggio bello, rarefatto e denso insieme. 

Domina, Lisa Hilton .

Mi era piaciuto abbastanza Maestra, il primo romanzo di Lisa Hilton, da non esitare nell’acquisto del secondo capitolo. Domina. 

Torna Judith Rasleigh, finalmente un’eroina cattiva come si deve in un romanzo che ancora una volta riesce felicemente a coniugare il basso Harmony Passion, il giallo pulp in cui la domanda non è affatto chi sia il colpevole, bensì la ben più emozionante e coinvolgente “oddio, ammazzerà anche questo/a”?, e l’allure culturale di un critico d’arte non privo di competenze e disincanto. 

Meno cruento e “sporco” del primo capitolo, il nuovo romanzo vede la spregiudicata Judith aprire una galleria a Venezia sotto falso nome, nel vano tentativo di allontanarsi da un passato ancora troppo vicino, e ritrovarsi presto invischiata in un intrigo per il ritrovamento di un Caravaggio di dubbia autenticità. Feste di lusso, mafia russa,  prostituti marocchini, quadri rubati e contraffatti, poliziotti corrotti, documenti falsi e rocambolesche fughe riempiono il nuovo della Hilton di abbastanza cliché da renderlo rassicurante. Il ritmo serrato dell’azione, il tocco vagamente esotico di Belgrado e la spolverata artistoide, agitati come un cocktail al Danieli gli assicurano il giusto glamour del romanzo estivo (disimpegnato, ma non troppo) perfetto per darsi un tono due o tre scalini sopra le sfumature, apparendo al contempo abbastanza trasgressive e appena più colte, come ogni operazione editoriale degna di un minimo di rispetto garantisce e insieme merita. 

Ci sei mancato, avvocato Malinconico. 

Ci sono libri che compri a scatola chiusa senza nemmeno leggere la sinossi o qualche critica, prima. Li apri con impazienza e fin dalle prime righe della prima pagina del primo capitolo provi quella sensazione pazzesca di ritrovata familiarità di certe riunioni di classe dopo quindici anni che non ti vedevi con la tua compagna di classe ma sembra ieri che ti passava il biglietto del lunedì alla prima ora con il dettagliato resoconto della domenica pomeriggio al Boom, chi c’era e chi ha limonato chi. E c’è una riunione di classe anche nel libro in questione, che si intitola Divorziare con stile e decreta il ritorno dell’avvocato Vincenzo Malinconico (Nomen, Omen), solo che non finisce tanto bene e litigano un po’ tutti. Malinconico non sta più con Alessandra Persiano, ma per il resto è sempre lui, incasinato come tutti, intelligente come pochi. Lo chiama la moglie dell’avvocato più famoso e viscido di Napoli, da cui sta per divorziare, e un po’ (un po’ tanto) ci prova, ma lui è il solito stronzo e se la tira. In mezzo, udienze surreali e per questo più credibili, motorini rovesciati, segretarie zoccole che vanno a letto con il suo coinquilino commercialista, un ristorante stellato, messaggi WhatsApp e amici aspiranti scrittori. È sorprendentemente normale, il mondo di Malinconico, abbastanza napoletano da risultare divertente e insieme abbastanza universale da risultare credibile e normale ovunque. Ci vuole talento a trasformare la banalità di una vita abbastanza normale in distillato di ironia disincantata, e De Silva ci riesce, a non deludere mai le aspettative piuttosto elevate di noi lettrici un po’ innamorate di Vincenzo Malinconico. E non manca il finale, con la lieve sorpresa di chi sa che sempre più spesso tutto cambia con un semplice messaggio WhatsApp. 

Il mare così. 

Del mare mi piacciono i giorni in cui il cielo è di azzurro uniforme come una tessera Pantone, e lungo la linea dell’orizzonte piccole vele bianche si alzano dal blu perfetto. Penso sempre alle scatole di matite colorate Giotto di quando ero piccola e alla fantasia che si alzava in volo di gabbiano a leggere quel blu d’Oltremare stampigliato a caldo su uno dei lati dell’esagono. 

Ma il mare autentico, quello che mi rimescola dentro, è quello dei giorni di cielo grigio e luce di biacca, onde increspate e minacciose, schiuma biancastra e colori desaturati. Un mare romantico nel senso letterario del termine, un mare che non si cura di mostrarsi tirato a festa per i turisti e accoglie la malinconia di una ragazza che cammina da sola lungo la battigia, lo sguardo grigio di un vecchio signore che cammina adagio con il suo bastone, il respiro affannoso di un uomo che corre scalzo seguendo il suo cane. 

Mi piace la bassa marea che lascia infinite, minuscole dune, isole e basse lagune e rami spezzati trascinati dalle onde. Una delle prime parole latine che si imparano dopo rosa, rosae è procella, procellae, che significa tempesta, e come i sottotitoli di certi film francesi oggi mi sembrava quasi di leggerla a mezz’aria, in corsivo bianco. 

Sono mattine indulgenti di vento e di sale, in cui il sole per un poco smette di pulsare caldo e implacabilmente felice sulla nostra pelle, e lascia spazio alla malinconia salata dei rimpianti, che tornano e si allontanano nella pigra risacca. 

Ha una bellezza speciale, il mare così. 

Felici i felici.

È tardi. 

È sempre tardi, nonostante i buoni propositi, le promesse vagamente ricattatorie, stasera a letto presto, domattina sveglia presto e andiamo al mare a prendere lo iodio che vi fa bene, la doccia alle sei, alla fine al mare andiamo a letto sempre tardi. Sono giornate piene, lunghissime e veloci, di passeggiate, corse di monopattino, salto delle onde, scivoli sulla sabbia, tuffi in piscina, braccioli, spariamo acqua alla mamma (investimento dell’anno, sette euro per due pistole ad acqua fatte a siringa, facili da riempire e con una lunghezza di gittata da far invidia ai missili atomici del presidente della Corea del Nord, con una delle quali il treenne riesce invariabilmente a centrarmi l’orecchio da sette metri a circa settanta bar di pressione, ma dell’acqua, e sono troppo stanca per verificare se la pressione idrica si misuri in bar, per me i bar sono posti dove si beve lo spritz. 

Siamo abbronzati, stanchi di quella spossatezza affamata che viene dopo ore in acqua, e felici. Ridiamo tanto, facciamo interminabili giochi di parole per libera associazione nelle ciabattanti trasferte casa-mare e ritorno. Con noi tre, un’amica e la sua bimba di sette mesi, che naturalmente ci comanda tutti a bacchetta senza sentire la minima necessità di saper parlare, le basta uno sguardo e i due pivelli fanno tutto quanto in loro potere per divertirla. Lei mi guarda e sembra dire visto, come si fa con gli uomini? Ha ragione. 

Sono seduta per terra a gambe incrociate nel fazzolettino di prato dietro la casa, vicino alle ortensie. Accanto a me una lattina di birra ghiacciata, aria finalmente fresca della sera e calore che lentamente evapora dalla mia pelle arrossata, ché la crema a loro sempre, per me optional. Scrivo e sorseggio piano la birra, in silenziosa solitudine dopo tante ore di chiassoso baccano, respiro il profumo d’estate e di mare. 

Dovrei dormire, ma non ho sonno, non ancora, voglio che queste giornate durino il più a lungo possibile. L’estate è adesso, profuma di bambini abbarbicati a me nell’acqua degli alti, come chiamano loro la piscina dove non toccano (il Grande, ancora per poco) e poi portati sulla sdraio avvolti nelle asciugamani, sulle ciglia ancora gocce d’acqua, guance arrossate e occhi azzurri come il cielo di questo incredibile giugno. Poi panino con il prosciutto, che nuotare mette appetito, è un altro disegno, gara di monopattino, gelato al lampone e sette storie della buonanotte, con loro che dicono mamma, questa è la vacanza più bella che abbiamo mai fatto, sei grande mamma, ti voglio bene. Ho fame. Andiamo in sala giochi. Non voglio dormire mamma, mi dai un abbraccio? Anche io lo voglio. E mi scappa la pipì. Felici i felici, felici siamo noi. 

Naturalmente il pullman. 

Vent’anni prima 

Inutile negarlo, è dai tempi che Berta filava che tra le verità universalmente riconosciute sta la certezza che i tre giorni migliori dell’intero anno scolastico sono il primo, l’ultimo, ma soprattutto il giorno della gita. Il primo era quando finalmente dopo tre mesi di assolato struggimento potevi finalmente rivedere il biondino della quarta C, il cui nome era scritto a linee fitte e uniposca sulle prime settantasette pagine della SMEMO comprata ad uopo già in luglio. Lui ovviamente non solo non ricambiava, ma ignorava direttamente la nostra esistenza con un tale distacco che incontrarlo casualmente ora, ingrassato, stempiato, goffo, palesemente arreso al divano, beh, è una ricompensa mica da poco. (Molto più della Freude funziona la Schadenfreude, per noi, disgraziatamente umani, troppo umani.)

Dell’insostenibile leggerezza dell’essere dell’ultimo giorno di scuola è invece superfluo scrivere, in qualunque sede, ma la gita, oh la gita

La parte più bella era quella in pullman, con le compagne ricche che avevano il CD player ma dopo un po’ finivano le batterie, e molto prima del Klout score era quanto vicina al fondo del pullman trovavi un posto a decretare con l’inesorabile crudeltà dell’adolescenza la tua reale popolarità. 

Ricordi di un hotel a Poggibonsi, bottiglie di vodka comprate in autogrill da stappare con i denti, le raccomandazioni di non farla cadere a Elisa, che subito prima di farla cadere e regalare alla putrida moquette mezza bottiglia di prezioso liquido spaccafegato trasparente si era arrabbiata perché la trattavamo da svampita, e non era giusto. Il mattino dopo presi la pastiglia con la vodka, e di San Marino ricordo le armerie e il profondo doposbronza, null’altro. Di Recanati e Senigallia mi resta quel nulla di inesauribile segreto di quando in uno di quei locali con i telefoni al tavolo vedemmo il prof di spagnolo togliere la fede nel dichiarare convinto a una di noi che era single, e giù a ridere come galline. 

Il giorno della gita era il migliore dei giorni peggiori, e chissene della destinazione, contava partire. 

Vent’anni dopo.

Venerdì mattina, ore 08.45, maglietta bianca, nello zainetto solo un cambio completo con l’etichetta nome cognome su ogni capo, cappellino, porto il treenne e il seienne alla loro prima gita: vanno nella valle di là, a mezz’oretta scarsa di viaggio andando piano, in un parco meraviglioso. 

Ingorgo di automobili nel seppure ampio parcheggio sassoso della materna, le maestre radunano i bambini per classe, zainetti colorati a testimoniare il successo del merchandising Pixar, noi genitori più emozionati di loro li guardiamo salire sul pullman, ci sembrano ancora più piccoli, per contrasto, e risulta faticoso credere che siano già abbastanza grandi da andare in gita. Sono passati vent’anni tra le mie ultime gite scolastiche e la loro prima, e l’emozione, adesso, è molto più grande. 

Al ritorno, mi diranno, è stato fantastico, e la parte più bella di tutte, benedette certezze di come tutto deve cambiare perché tutto rimanga com’è, è stata naturalmente il pullman.

Libri nuovi, nuovi libri. Fisica e comportamentismo.

Sebbene io stia continuando instancabilmente a consumare un libro dopo l’altro della Arnim, in quota letteratura piacevole (ma scritta bene), nel frattempo ho comprato altre cosette che sono impaziente di iniziare.

Il primo è un volume che aspettavo da diverse settimane, e si intitola Behave; non è narrativa, ma saggistica, sebbene scritta in modo talmente ironico e brillante da diventare puro infotainment di livello, cioè che non cede alla tentazione di banalizzare tutto per renderlo più comprensibile.

Le scienze comportamentali mi affascinano da molto tempo, perchè l’idea di poter ricostruire una motivazione genetica, ambientale, neurobiologica. biochimica -o meglio, di comprendere l’interazione di tutte queste motivazioni- dietro ai nostri comportamenti, se ci pensiamo, è davvero interessante. in un certo senso è anche spaventosa, perchè presuppone la possibilità, per chi sviluppa adeguate competenze, di controllare completamente altri esseri umani, il che è solo relativamente positivo nel senso di prevenzione dei comportamenti (ricordate Minority Report?) e angosciante se pensiamo alla banalità del male originato dai totalitarismi. La manipolazione psicologica esiste da sempre, ed esistono persone che, consapevolmente o meno, attivano costantemente dei meccanismi in grado di influenzare fortemente il comportamento altrui.

Anche nel marketing si usano stimoli visivi e sensoriali in grado di influenzare i comportamenti, o in politica, nella formazione, nella vendita; l’approccio scientifico di Sapolski però supera la pseudoscienza acchiappalike da articoletti di cosiddetto giornalismo e approfondisce con competenza aspetti che agiscono a livelli molto più complessi e reciprocamente interconnessi di quanto siamo abituati a pensare.

behave_sapolvskyIn parte il behaviorismo secondo me è un altro approccio a ciò di cui si è sempre occupata la filosofia, ovvero lo studio dell’animo umano, ma da una prospettiva molto più ampia. Questo approccio mi interessa in prima persona perchè, essendo nata priva di ghiandola della tiroide, assumo ormoni di sintesi dall’età di poche settimane, e negli ultimi anni ho avuto modo di notare le conseguenze psicologiche di un dosaggio sbagliato, un fenomeno tanto disarmante quanto, per altri versi, decisamente affascinante.

 

L’autore è un docente di neuroendocrinologia a Stanford, il che diciamo, tenderebbe ad escludere i suoi volumi dalla lista delle letture sotto l’ombrellone, ma contrariamente alle apparenze il volume sembra davvero piacevole, oltre che interessante.

Sempre per la parte saggistica-diamoci-un tono, non-solo-romanzetti, insomma, ho preso l’ultimo di Carlo Rovelli, di cui ho molto amato le Sette brevi lezioni di fisica, e che stavolta si occupa invece del tempo. Al liceo detestavo i tremendi esercizi di fisica sulle leve e le molle, e non sono certa di aver mai compreso veramente la dannata differenza tra velocità angolare e tangenziale, ma la fisica spiegata da Rovelli riesce a mostrare tutto il suo incredibile fascino anche a una bionda come me, e compro sempre i suoi libri a scatola chiusa.

Se mi avessero detto, vent’anni fa, che un giorno sarei stata veramente impaziente di iniziare un libro di fisica comprato di mia spontanea volontà avrei riso di gusto, ma invece, alla soglia dei trentacinque, pare che in effetti.

 

 

Guarda, mamma, senza anestesia!

Stasera il seienne ha finalmente perso il suo primo dente, il che per lui sembra equivalere più o meno ai riti tribali di virilità delle tribù del Borneo. Adone, il suo amico, ne ha già persi alcuni, e ora ho perso il conto della situazione dentale di tutta la classe, ma c’è stato un momento in cui ho avuto una panoramica (!) completa, capite bene che uno non è che può tanto permettersi di prendersi indietro, basta un attimo e sei fuori dal giro delle finestrelle in bocca, non scherziamo per favore. 

La cosa è riuscita in modo del tutto indolore, grazie al fatto che Padre era distratto nel momento in cui Madre, sinceramente vostra, senza anestesia totale e con la sola forza di una lievissima torsione verso l’alto di due dita avvolte da una garzetta, signore e signori, ha effettuato l’incredibile operazione di alta chirurgia per la quale nei giorni scorsi si meditava già di prenotare una stanza al Cedars-Sinai o almeno un consulto all’ospedale Cardarelli di Napoli, (ché qua un dentista in sala non c’è mica, eh). 

Il seienne, perplesso e direi un filino deluso per la rapidità indolore dell’estrazione, ha chiesto se sia possibile avere sia i cinque euro (maledetta inflazione) della fatina dei dentini, sia il dentino conservato per ricordo. La botte piena, la moglie ubriaca, senza aver sofferto, gli pareva poco onesto, ma comunque chiedere è lecito, ha pensato. 

Comunque eventualmente va bene anche un giocattolo, se costa più di cinque euro, mi ha rassicurata, con il tono pacato di chi non si formalizza. (Sono troppo svegli, ci ammazzeranno tutti e non ce ne accorgeremo neanche.)