I non-luoghi. 

Mi piacciono molto quelli che io chiamo “non-luoghi”: grandi stazioni ferroviarie (Milano Centrale, Firenze, Verona Porta Nuova, e soprattutto London Victoria), aereoporti. Non sono mai stata in un porto, tranne quelli turistici, che sono solo darsene che si atteggiano, e di quelli il più bello fu in Toscana, a Punta Ala. Ma gli aereoporti in assoluto mi entusiasmano. Sono stata molte volte a Venezia, è bellissima l’insegna vintage sulla strada di accesso, io prendevo il volo per Parigi e mi piaceva tanto, Venezia. Compravo libri in inglese al negozio, una volta ho avuto anche un colloquio di lavoro all’aeroporto, mi sono sentita molto dentro un film. 

Mi piace stare ferma e osservare la gente, immaginare cosa faranno, dove andranno, chiedermi da dove vengono. Ho fatto lingue perché sono curiosa di conoscere il pensiero, la forma mentis che una lingua e una cultura diverse dalla mia inevitabilmente comportano. Sono affascinata dal miscuglio di lingue, abbigliamento, facce, suoni, odori, e mi colpisce sempre il lato umano, troppo umano che unisce e insieme separa tutta la folla di individui tanto sconosciuti quanto immediatamente rivelatori di frammenti di vita. 

Le facce sono a volte nervose, stanche, altre ansiose e felici, un po’ emozionate all’idea della partenza. Laptop aperti sulle ginocchia, valigie traboccanti, donne e uomini grassissimi che invadono le poltrone vicine di rumore sudori odore, gente che legge mangia beve strilla si spazientisce aspetta brontola ride osserva. 

Gli aereoporti sono punti di arrivo e partenza in cui tutto può succedere, una persona che conoscevo aveva nella testa un intero romanzo che iniziava e finiva in un autogrill. E a me piacerebbe averne uno che succede tutto in un aereoporto, se non ne avessero già fatto un film. 

Mi ricordo le gallerie intricate a Charles De Gaulle, i tavoli touch nel terminal 3 a Dubai, nei bagni inservienti a offrire salviette di spugna umide e bollenti, califfi con il loro entourage di svolazzanti abiti candidi attraversare la lounge e sedersi sugli ampi divani di pelle scura. Gli aereoporti sanno di toblerone e profumi di marca, caffè americano nei bicchieri di carta e sigari di lusso. Sanno di accaldate matrone che ciabattano chiassose nei loro fuseaux troppo aderenti sulle gambe varicose, e allampanati manager in cravatta che impercettibilmente si spostano al loro passaggio, infastiditi e quasi stupiti che anche a loro sia permesso viaggiare. Per lungo tempo, prima che giungesse Amazon e poi Kobo store, gli aereoporti erano il solo luogo in cui mi fosse possibile comprare novità editoriali in lingue straniere. Mi piaceva la fila per l’imbarco, raggiungere il mio posto e sistemare le mie cose nella cappelliera, spegnere finalmente il telefono per un’ora e dormire o leggere a diecimila metri sul livello del mare. 

C’è una storia bellissima di Gabriel Garcia Marquez, è uno dei suoi Dodici Racconti Raminghi, e si intitola L’aereo della bella addormentata, lui si fa tutto un film su questa donna bellissima e misteriosa, ma non accadrà nulla. Ecco, per me gli aereoporti, le stazioni, gli autogrill sono non dei non-luoghi avulsi dalla realtà, dove i confini sono sospesi e fluidi, dove tutto, lo ripeto consapevolmente, potrebbe accadere. Spesso, quasi sempre, non accade nulla, ma va bene comunque, perché se l’arte è il luogo del non vissuto, allora un pianoforte alla stazione di Venezia ha perfettamente senso. 

La prova costume.

È nel lessico collettivo di tutti i vicentini, associata a lunghe ore di assolata colonna invidiando le moto che arrivano prima, la strada dei terrai, a destra una distesa verdeblu di laguna e a sinistra sterminate distese arate, a intervalli regolari case coloniche del Ventennio oggi in rovina. 

Di solito partiamo dopo il pranzo della domenica, ma ieri sembrava così tanto novembre che appena quattro ore di giugno stamattina erano davvero troppo poco. Sento pizzicare la pelle, di un vago color pomodoro maturo, e il sole tramonta sui campi mentre ritorniamo a casa da un assaggio d’estate che lascia sperare in agosto migliore degli ultimi cinque o sei.

La prova costume, intanto, è andata. Da qua in giù, è tutta discesa, lo dice il ragionamento stesso. No? 

Quando il ristorante lo scelgo io.

Quando il ristorante lo scelgo io, finisce che pranziamo all’osteria ‘I do campanili”, a Cavallino Treporti. Fotografo e scrivo, mentre i suoceri minacciano ritorsioni se oserò anche quest’anno la rasatura a zero delle testoline dei miei figli. Arriva a salvarmi il delizioso benvenuto dello chef.

Abbandono il progetto menù degustazione e scelgo il risotto: quintessenza veneta nella cucina povera di risi e bisi, con seppie e il loro nero a rendere voluttuosa la modestia rurale delle terre strappate all’acqua a dura forza. Territorio assoluto, ma senza artificiose splendide cornici, premio trasparenza al piatto, decisamente generoso nelle proporzioni. 

Sorprendenti le capesante scottate con pancetta, topinambur e grue di cacao e rassicuranti gli gnocchetti al ragù bianco in punta di coltello.  Delicatezza nei ravioli di gambero, forse appena sovrastati dalla riduzione di verdure su cui si adagiano: chips di patate viola salvano dalla banalità dei fiori eduli. 

Fritto lieve e di generose proporzioni, molto bene i sorbetti all’ananas e fragola, appena meno il dolce di frangipane, cocco e coulis di lamponi.

Non più di 15 coperti in una saletta arredata di contrasti, la totale assenza di tovaglie pretesa della ristorazione contemporanea che si dà un tono mostra la sconcertante bellezza delle tavole di legno di bricole, gli antichi pali di recupero della laguna.  

Cucina lagunare, una predilezione per le cremosità, impiattamenti curati ma non pretenziosi. Servizio distinto e insieme accogliente, unico minuscolo difetto gli errori di ortografia sui menù, senza prezzo per le signore. Il dessert soddisfa, il conto sigilla la conferma sicura del ritorno. 

Osteria Ai Do Campanili, Piazza Santissima Trinità 5, Cavallino Treporti, VE.

Quando ci vuole / un po’ di Brasile.

Shimbalaiê, quando vejo o sol beijando o mar Shimbalaiê, toda vez que ele vai repousar 

Natureza, deusa do viver A beleza pura do nascer Uma flor brilhando a luz do sol Pescador entre o mar e o anzol Pensamento tão livre quanto o céu Imagine um barco de papel Indo embora para não mais voltar Indo como que iemanjá 

Shimbalaiê, quando vejo o sol beijando o mar Shimbalaiê, toda vez que ele vai repousar Quanto tempo leva pra aprender Que uma flor tem que vida ao nascer Essa flor brilhando á luz do sol Pescando entre o mar e o anzol Refrão (

Shimbalaiê, quando vejo o sol beijando o mar Shimbalaiê, toda vez que ele vai repousar 

Ser capitã desse mundo Poder rodar sem fronteiras Viver um ano em segundos Não achar sonhos besteira Me encantar com um livro Que fale sobre a vaidade Quando mentir for preciso Poder falar a verdade 

Shimbalaiê, quando vejo o sol beijando o mar Shimbalaiê, toda vez que ele vai repousar 

(Shimbalaie, quando vedo il sole baciare il mare Shimbalaie, ogni volta che va a dormire Natura, dea della vita Pura bellezza della nascita Un fiore splendente alla luce Un pescatore tra il mare e l’arpione Pensieri liberi come il cielo Immagina una barchetta di carta Partire per non tornare mai Va come Iemanja 

Shimbalaie, quando vedo il sole baciare il mare Shimbalaie, ogni volta che va a dormire Quanto tempo ci vorrà per imparare Che un fiore ha la vita alla sua nascita Che un fiore splende alla luce Pescando tra il mare e l’arpione Ritornello

 Shimbalaie, quando vedo il sole baciare il mare Shimbalaie, ogni volta che va a dormire Essere il capitano di questo mondo In grado navigare senza frontiere Vivere un anno in pochi secondi Apprezzare i sogni come qualcosa di più di sciocchezze Essere incantati dai libri Che parlano di vanità Quando una bugia potrebbe essere necessaria Essere in grado di dire la verità 

Shimbalaie, quando vedo il sole baciare il mare Shimbalaie, ogni volta che va a dormire.)

Cápita. 

Ci sono giornate così, io le chiamo le giornate “ritenta”, nel senso di ritenta, sarai più fortunato, l’unica frase che io abbia mai trovato sotto a un gratta e vinci. Che io, comunque, chiamo gratta&perdi, per i suddetti motivi. Non ne compro mai, trovando che ci sono più probabilità di vincere se i 5 euro li brucio direttamente, ma ogni tanto mio suocero me ne regala uno solo per la soddisfazione di vedermi fumare di allegra rabbia. Lui vince quasi sempre, ma la soddisfazione di investire 5 e vincere venti è niente rispetto a quella di vedere la mia faccia quando butto tutto nel cestino. Gode come un pazzo. 

Comunque oggi è una giornata così, e non è ancora finita, perciò esistono ampi margini di peggioramento, e sì, l’ottimismo è il profumo della vita, diceva Guerra, subito prima di beccarsi la pupú di piccione. 

Vabbè, cápita, ho pensato. Non è neanche venerdì 17, grazie al cielo, non oso pensare altrimenti che diamine sarebbe successo. Domani è un altro giorno, mettono sole. 

Speriamo non sia una sóla, ecco. 

Aerei. E stelle.

Quando impari a distinguere le stelle, quelle vere, quelle che stanno ferme nel cielo e si limitano a splendere per migliaia di anni luce, dagli aerei, ecco, magari non hai vinto, no, ma sei sulla strada buona delle due che si dividevano in quel famoso bosco giallo. 

(Due strade a un bivio in un bosco ingiallito,

Peccato non percorrerle entrambe,

Ma un solo viaggiatore non può farlo,
Guardai dunque una di esse indeciso,
Finché non si nascose al mio sguardo;

E presi l’altra, era buona anch’essa,
Anzi forse con qualche ragione in più,
Perché era erbosa e quindi più verde,
Benché il passaggio suppergiù
Le avesse segnate ugualmente,

E ambedue quella mattina eran distese
Nelle foglie che nessun passo aveva marcato.
Oh, prenderò la prima un’altra volta!
Ma pur sapendo che strada porta a strada,
Non credevo che sarei mai ritornato.

Dirò questo con un lungo sospiro
Chissà dove e fra tanti anni a venire:
Due strade a un bivio in un bosco, ed io –
Presi quella meno frequentata,
E da ciò tutta la differenza è nata.

1920

Testo originale

Two roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;
Then took the other, as just as fair
And having perhaps the better claim,
Because it was grassy and wanted wear;
Though as for that, the passing there
Had worn them really about the same,

And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way,
I doubted if I should ever come back.

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
two roads diverged in a wood, and I —
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.)

Buongiorno, il solito, grazie. 

Quantunque io sia sempre alla ricerca di nuovi stimoli, riesco ad essere nel contempo una persona straordinariamente abitudinaria. Probabilmente le due parti di me, quella insofferente per la noia della vita di provincia e quella saldamente ancorata nelle abitudini inevitabilmente correlate alla medesima, non so, si completano, si controbilanciano, chissà. 

Una delle abitudini a cui rinuncerei con maggiore fatica è quella del caffè al mattino sempre nel solito posto, che in realtà più che un bar è un negozio di alimentari con annesso banco bar. È di un mio compagno delle scuole elementari e medie, e (quasi) ogni mattina dove prendo il panino per marito& suocero prima di portarglielo in ufficio, e il caffè per me mentre aspetto il panino. 

Mi piace entrare nei posti in cui mi chiamano per nome e mi chiedono, senza quasi punto interrogativo, il solito, vero? E io rispondo ma certo. Mi piace la battuta con l’anziano (ma non diteglielo) signor Aldo, che mi chiama signorina. Mi piace che il conto sia sempre uguale, un giorno dopo l’altro. Mi piace parlare del caldo o del freddo, leggere la frase del giorno sul calendario sopra il frigo delle bibite. 

Mi piace uscire con il mio sacchetto di carta bianco, lanciarlo sul sedile e arrivate davanti alla mia scrivania, ingombra di ordini da inserire, inserti da ordinare. È un mondo piccolo, una solida roccaforte da cui spiccare uno dei miei voli pindarici, e a cui ritornare, in fondo, come il poeta al suo porto sepolto. Datemi Londra, Milano, Parigi, New York, e poi fatemi tornare al mio solito bar, chè più grande della gioia di partire vi è solo il piacere di tornare. 

Giovedì di sole incerto ma comunque abbastanza.

Giovedì di sole incerto ma comunque abbastanza per decidere di mollare tutto e tutti e andare al lago. 
Prima però occorre scaricare questa immagine qui sopra, impostarla come screen saver del vostro computer aziendale e lasciarvela in bella vista, ricordando, prima di afferrare al volo la borsa e salutare tutti augurando buon weekend lungo, di staccare i cavi di tastiera e mouse (se avete roba wifi togliete le batterie).  Esiste la probabilità che al vostro capo venga un infarto, o una sincope al CED che era certo di aver scaricato la patch MS17-010, ed è *abbastanza probabile* che uno scherzo simile possa rendere il vostro weekend di ferie pressoché definitivo, ma averlo fatto tipo lunedì vi avrebbe consegnati per sempre nel novero delle leggende aziendali. E vuoi mettere. 

Weltanschauung.

Poche cose mi scombussolano la Weltanschauung quanto il periodico, costante riposizionamento strategico dei prodotti di mera sussistenza in uno dei miei tre supermercati di riferimento. Ho capito il marketing e il visual merchandising e lo strategic positioning come leva di marketing nella GDO, ma a volte ho davvero la sensazione che la vita sia ciò che succede mentre cerco il sale grosso, che fino alla settimana scorsa era in terza corsia più o meno a metà, e ora, ora invece chissà. 

La memorabile vacanza del barone Otto.

Ci sono tre tipi diversi di persone: quelle che non viaggiano, e stanno benissimo a casa propria, quelle che non viaggiano ma vorrebbero tanto, e quelle che invece sì, che viaggiano.

Il terzo tipo cattura inevitabilmente la stupita, affascinata attenzione del secondo tipo, ma l’unico argomento in grado di appassionare indifferentemente tutti e tre i gruppi resta sempre uno, e uno solamente: gli stereotipi culturali, i cliché e le generalizzazioni. 

Quelli che viaggiano amano smentire appassionatamente i pregiudizi  sugli altri popoli con indulgente condiscendenza e segreta compassione per l’altrui ignoranza, senza avvedersi, a volte, di confermare nel frattempo tutti quelli sul popolo a cui appartengono. Quelli che non viaggiano preferiscono snocciolare stereotipi sotto forma di verità universalmente riconosciute, per confermare le quali non risulta loro affatto necessario affrontare i disagi di un viaggio, vista la palese evidenza della propria indiscutibile superiorità. Quelli che vorrebbero tanto viaggiare ascoltano e basta, sperando che un giorno anche a loro sarà concesso guardare qualcun altro con altrettanta condiscendenza e abbreviare i nomi dei posti più esotici con ostentata disinvoltura.

A qualunque tipo di persona apparteniate, e in particolare se non siete come Wilde, che per avere sempre qualcosa di interessante da leggere durante il viaggio portava con sé il proprio diario, potreste scegliere un libretto snello e astuto dal titolo quanto mai inerente al contesto, (sempre che non vi stiate spostando per lavoro, beninteso) ovvero “Le memorabili vacanze del barone Otto”. L’autrice è ancora una volta Bettina Von Arnim, alla quale sembra ormai questo blog stia dedicando una rubrica fissa (il vantaggio è che essendo deceduta parecchi anni fa, prima o poi finirò di leggere e propinarvi tutte le sue opere).

Comunque, il nostro barone è un tronfio, autocompiaciuto e palesemente inattrezzato ufficiale prussiano (il libro uscì con il titolo “The Caravaners”nel 1909, erano gli anni in cui il secolo lungo ancora stentava a lasciare il passo al secolo breve, e Prussia non era solo una sfumatura di blu). Il barone Otto acconsente, per pura taccagneria, a trasformare l’idea originale di festeggiare il suo quarantesimo anniversario dal matrimonio con la prima moglie, ora deceduta, portando quella attualmente in carica in Svizzera o in Italia, nell’improvvisa adesione a una (assia più economica) vacanza in caravan in Inghilterra.

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Tutto è narrato secondo la sua prospettiva, in un delirante resoconto di viaggio in cui il barone stesso racconta i fatti secondo la caricatura del tedesco ottuso, rigido, borioso e sciovinista, del tutto inconsapevole di rappresentare un immenso fastidio per tutti i suoi compagni, inclusa sua moglie, che rapidamente lo escludono, isolandolo, finchè non riesce a rovinare completamente il viaggio a tutti, senza mai sospettare minimamente di aver colpa alcuna.

Il contrasto tra la sua convinzione incrollabile di essere nel giusto e la palese inadeguatezza sociale che invece i fatti da lui stesso narrati dimostrano a chiunque tranne lui medesimo, dipinge a vivaci pennellate di colore un delizioso e irriverente scherzo letterario. Caricaturale, volutamente esagerato e talmente assurdo da risultare, paradossalmente, quasi credibile, il barone Otto diventa (involontario, viene da dire)  protagonista di un divertissement beffardo che ancora una volta conferma la grande capacità di Arnim di farsi acuta osservatrice dei costumi sociali, tedeschi e inglesi, e di raccontarli sempre con elegante (auto) ironia.