la terra trema. un post minuscolo.

(ci ho pensato su un pochettino, prima di decidermi a pubblicare questo post. ho scelto di farlo tutto in minuscolo, per cercare di dare una rappresentazione anche visiva di quanto piccola io mi senta a stare qui a scriverne invece di essere là ad aiutare. E quanto piccoli e meschini siamo noi umani, illusi di contare qualcosa con tutte le nostre case e cose e con il nostro voler domare la natura deviare fiumi costruire dighe. Ci illudiamo di essere padroni della terra, e a lei basta scuotere il capo con disperata rassegnazione per spazzarci via tutti.)

e sono stata indecisa a lungo, perché da un certo punto di vista mi sembra una mancanza di rispetto, star qua a sproloquiare dalla mia posizione privilegiata di chi, a parte un po’ di paura (probabilmente, anzi quasi certamente, spropositata) non ha avuto il minimo danno dal terremoto di ieri.

danno fisico, s’intende. perché, al di là dello sciacallaggio mediatico e del buonismo a tutti i costi, un pensiero costante alle persone che hanno perso tutto, che hanno visto crollare le loro case, le loro scuole, a così tempo dalla ferita ancora aperta dell’aquila, semplicemente c’è. perché pensi alla tua, di ansia, alla sensazione di smarrimento nel momento in cui improvvisamente tutto ammutolisce, si alza un rombo, sommesso e terrificante una frazione di secondo dopo, e il mondo si muove sotto i tuoi piedi, e resti li, paralizzato. ti passano davanti agli occhi decine di alternative, che istantaneamente scarti, le scale, sotto il tavolo, e se cade, mio figlio, prendilo, subito, sotto la trave, sei già li.

e finisce. 

e rimani lì, a guardarti intorno, spaesato, passi d’improvviso divenuti insicuri, maldestri, una sensazione di nausea, instabilità, precarietà.

ti imponi di fare finta di nulla, per non spaventare il bambino, ritorni ad impegnare le mani, lavare piatti, concentrarti su altro, per non pensare, per non pensarci.

tutti i sensi all’erta, per captare la prossima scossa in tempo, nel corpo la tensione di chi è pronto a scattare, correre, giù, fuori.

ieri, dopo la seconda, forte scossa, ho preparato una grande sacca da palestra con un pò di cambi, il latte, biscotti, omogeneizzati, due bottiglie d’acqua, pannolini. l’ho portata in auto, per sentirmi più tranquilla, mi dava una sorta di sicurezza pensare che se ne fosse venuta un’altra almeno avrei avuto qualcosa per il mio bambino, fuori, almeno non avrei avuto i rimorsi per non averci pensato, dopo le scosse di avvertimento. e intanto, con il cuore stretto di angoscia, non potevo costringermi a smettere di pensare a chi quell’avvertimento non aveva nemmeno avuto il tempo di registrarlo, a chi era dovuto correre fuori, a chi aveva perso tutto, certezze, casa, abitudini. la vita. 

penso che un evento del genere segni inevitabilmente una profonda cicatrice nelle vite che attraversa, che scuote dentro. penso che chiunque sia stato colpito, non possa più esimersi dal distinguere un prima ed un dopo. e noi, che ne siamo stati solo sfiorati, continuiamo nel nostro spensierato durante. 

ieri, dopo aver preparato la sacca, sono uscita fuori, a passeggiare, il piccolo addormentato e sereno. uccellini cantavano, sole splendente in cielo, brezza fresca sulla pelle. come se non fosse successo niente, come se la terra, questa stessa che ora risplendeva di primavera, non fosse appena stata squassata da violenti singhiozzo, come se fosse stato un sogno. ho passato quasi due ore seduta su una panchina, incapace di leggere, pensare. scorrevo ossessivamente la twitlist, volevo sentirmi vicina agli altri, capire che cosa stesse accadendo, incapace di isolare la mente anche solo per qualche secondo e calmarmi. gente che continuava imperterrita a twittare le solite stronzate, gente che se la prendeva con questi, altri che se la prendevano con i secondi. retorica, buonismo, preoccupazione, paura. paura condivisa ma non per questo meno irrazionale, cieca, assoluta. notizie false su necessità di sangue nelle zone, numeri di emergenza rimbalzati, intasati, inviti ad annullare parate, visite papali, indignazione, solidarietà.

alcuni, nel tentativo di sdrammatizzare, forse, o per semplice ignoranza e sciacallaggio mediatico, twittavano battute ironiche di dubbio gusto, prontamente attaccati con ferocia inusitata. e questa cosa mi ha sorpreso. perché, anche se forse non sarei riuscita, subito così, a scherzarci su per iscritto, non riuscivo a condannare del tutto chi ci provava, chi aveva la coerenza di scrivere cose che magari uno dice, così, per sciogliere la tensione, per illudersi di avere meno paura, per esorcizzare. 

e poi mi ha colpito, come una sferzata, chi ha parlato della trasformazione delle nostre case da luogo di protezione a minaccia, del senso di spaesamento che questa sensazione provoca, e delle conseguenze psicologiche di questo trauma. non ci avevo pensato in questi termini, e leggerlo mi ha fatto capire quanta verità ci fosse, e quanto terribile. 

camminando, sentivo ancora tremare la terra sotto i miei piedi, sotto il passeggino. e stavo cercando parole dentro me da scrivere, parole per tirarmi fuori quell’ansia e scaricarla, qui, per quanto ingiustificata e inutile possa sembrare questa mia paura a chi ha davvero perso qualcosa, qualcuno, tutto.

scriverne, o tacere? ho deciso di adottare come logica quella di non pentirmi mai di ciò che ho scritto, e di cercare, per quanto possibile, di non scrivere nulla di cui pentirmi. e quindi un po’ ne ho scritto, a modo mio. spero di non avere offeso nessuno. 

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