Sì, viaggiare. Storia di un amore (per i non-luoghi)

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Il post sulle valigie di Vuitton mi ha fatto pensare ai viaggi.

Da sempre, per me la parola “viaggio”, anziché evocare spiagge lontane o città d’arte, evoca prima di tutto quei luoghi meravigliosi ed incredibili in cui tutto sembra possibile, in cui infiniti libri e film e racconti e sogni e ricordi sembrano concentrarsi e raccogliersi, pronti ad essere scoperti e magari fotografati da uno sguardo più attento  o forse solo appena meno frettoloso.

Perchè è nelle stazioni e negli aereoporti che si assapora veramente il senso di precarietà e di passaggio che spesso è il leitmotiv del viaggio stesso. Osservando un treno che parte, due innamorati che si salutano, un militare che sta per rientrare in caserma, una coppia di anziani signori dall’aspetto distinto, mi sorprendevo a pensare quante cose non so e non saprò mai delle loro vite, delle loro idee, delle loro gioie e dei loro dolori. Eppure, per una sola frazione di secondo, per le poche ore di uno scompartimento condiviso, per un sorriso di cortesia sul corridoio di un aereo gremito di impazienti cellulari che ricominciano a squillare molto prima del segnale di slacciate le cinture, le nostre esistenze si erano  incontrate, sfiorate, mancate. Per caso, forse, o per imperscrutabile decisione di un destino misteriosamente generoso e crudele insieme.

Sui tabelloni degli orari si susseguivano destinazioni, orari, gate, binari. Una soltanto mi apparteneva, ma non aspettavo mai con impazienza che venisse annunciata, mi rammaricavo, quasi, quando ciò accadeva troppo presto, prima che io potessi assaporare per un poco il fatto che per una volta questo senso di precarietà e di non appartenenza al luogo era finalmente giustificato, ragionevole e condiviso.

Negli aereoporti compravo sempre troppi libri; paperback recenti in lingua, riviste e giornali stranieri impossibili da reperire in provincia. Mi piaceva illudermi che non fosse possibile, al primo sguardo, individuare con certezza la mia nazionalità, mi piaceva al contempo lo sguardo rapido di valutazione con cui la cassiera mi salutava comunque con un buongiorno, gli occhi troppo allenati a riconoscere lingue  e nazioni d’istinto, secondo categorie forgiate da fiumi di visi sempre diversi ed espressioni in fondo sempre profondamente uguali ed immutate.

Ma forse le stazioni ferroviarie, con il loro fascino inevitabilmente più antico e quasi più dignitoso, forse le stazioni esercitavano su di me un fascino ancora maggiore, che ancora resiste.

Mi piaceva stare in attesa su sedie invariabilmente troppo scomode, su panche gelide e ventose, alzare lo sguardo dal libro e cucire immaginari romanzi lungo cappotti lievemente consumati sui gomiti in attesa davanti a me, t shirt scolorite e zaini jollinvicta, impenetrabili occhiali da sole a specchio e sigarette fumate nervosamente da ragazzi irrequieti, caviglie incrociate e borsette strette convulsamente dalle mani ingioiellate di signore di mezza età.

La prima vera stazione fu quella di Venezia, nelle gite di un giorno da piccolina,e poi quella di Verona, alla partenza del primo grande viaggio all’estero da sola, un gemellaggio con la Germania, a 13 anni.

Ci dettero, incoscienti, pazzi e saggi tedeschi,  il pass per S-Bahn ed U-Bahn, assieme ad una piantina di linee colorate e le indicazioni di orario e luogo dove trovarsi, ore più tardi. Leggemmo, noi giovani ragazzini sprovveduti, imparammo, girovagammo ovunque in quella Berlino dove era appena caduto il muro, gru e cantieri dappertutto, percussioni lungo la Ku’damm, appena sotto la Kaiser Wilhelm Kirche, l’Unter den Linden finalmente aperta e libera, l’aria ancora pesante ed incerta a Kreuzberg, dove la metropolitana si interrompeva meno di due anni prima, i mattoni bianchi lungo le strade a segnare dove passava “die Mauer”, il muro.

Vedemmo la famosa Bahnhof Zoo, quella del libro di Christiane F, che avevo letto da poco e che poi appena tornata rilessi immediatamente, turbata e quasi sconvolta nel riconoscere nomi, strade, luoghi, che aumentavano la tremenda, desolante realtà del libro. Ci sono tornata altre sei volte, a Berlino, e negli ultimi anni Bahnhof Zoo era irriconoscibile, pulita, trasformata.

E poi gli anni successivi, altri viaggi, altre stazioni. Da Victoria Station, a Londra, il treno per Brighton.

La Gare du Nord, in una Parigi sempre attraversata di corsa e non ancora vissuta, sempre in fretta, per non perdere il TGV, incalzata dai ritmi serrati del lavoro, della fiera. Le Mans, in Bretagna, Lione, per la toccata e fuga, sconvolte dalla note trascorsa con gli occhi sgranati in una cuccetta trovata libera per miracolo, il treno del pomeriggio perduto per una piccola, tragica disattenzione.

La grande volta di Milano Centrale, con l’aria afosa e soffocante di una serata d’estate e decine di piccioni, ragazzi dallo sguardo spento e distante che insistevano per una moneta, per telefonare, per il biglietto, almeno una sigaretta, ne prendo due, grazie, amico. Genova, Bologna, con i fantasmi di piazza Fontana. La caotica, moderna allegria di Roma Termini in netto contrasto con le innumerevoli, piccole stazioni di un treno nell’Italia centrale.

Stazioni, avamposti, luoghi e nel contempo non-luoghi, dove fermandosi solo un secondo ad osservare la gente, ti rendi conto che ovunque tu vada, la natura stessa del viaggio è tale per cui non importa quanto tu possa guardare, ascoltare, fotografare. L’essenza della destinazione ovunque e qualunque essa sia, ti è preclusa nella sua totalità e completezza, e lo sarà sempre come se fosse un segreto che solo a chi la vive autenticamente e ogni giorno è dato conoscere. Eppure, solo il fatto di essere giunto fino lì, e tutto ciò che avrai visto, sentito, pensato, guardato durante il viaggio, ed il modo stesso in cui avrai permesso a te stesso di farne parte, o meno, ebbene questo ti avrà comunque reso diverso, in qualche modo più ricco e più saggio di come eri prima, e di come saresti stato altrimenti.

E ti rendi conto ancora una volta di come, nella vita, in generale, conti molto più il viaggio della destinazione.

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