La maestra Anna Laura, l’analisi grammaticale ed il bilinguismo precoce. La scuola che vorrei per i miei figli.

Da quando lo abbiamo “stappato”, nel senso che abbiamo miracolosamente fatto si che buttasse spontaneamente nella pattumiera il suo ultimo,semidistrutto ciuccio da vizio, lo scorso 18 dicembre, all’età di ventidue mesi, il piccolino di casa ci ha letteralmente sbalorditi con una improvvisa esplosione di eloquenza verbale.

Il fenomeno della sua progressiva e rapida conquista del linguaggio è reso ancora più interessante a casa nostra dal fatto che, come sanno alcuni di voi che mi leggono da più tempo, fin da quando aveva circa tre mesi io ho cercato di parlargli il più possibile in inglese, limitando l’uso dell’italiano alle occasioni sociali in cui desidero che lui stesso mi si rivolga in italiano, e che le altre persone presenti (ex nonni, zii) capiscano ciò che diciamo.
Un impegno importante, reso per me impegnativo dal fatto che nonostante la mia indole anglista, non sono madrelingua inglese, e ho appreso la lingua a partire dalla prima media, senza lunghi periodi all’estero.

Voi capite che a letteratura inglese I, II e III di sicuro non ti insegnano a cantare ninne nanne in inglese,nè tantomeno il lessico specifico della prima infanzia (pannolini, ciuccio, pappe… anche se sia in italiano che in inglese abbiamo evitato come la peste il babytalk, o bambinese estremo, esiste comunque un lessico di riferimento essenziale per parlare ad un bambino di pochi mesi, che ha richiesto notevole studio ed impegno da parte mia, ma che mi sta dando grosse soddisfazioni).

Dopo un esordio di parole singole, la maggior parte delle quali in inglese, ora stiamo progressivamente passando alla formulazione di piccole frasi, via via sempre più complesse, un fenomeno affascinante per via dello stretto legame tra lo sviluppo del linguaggio e del pensiero logico di cui il linguaggio stesso è testimone ed indice. Non a caso, la parola greca LOGOS identificava entrambi i concetti, conferma semantica del legame tra lingua e forma mentis.

A mano a mano che le sue esigenze di comunicazione aumentano, lo vedo concentrarsi nella costruzione di frasi in grado di permettergli di raccontare, spiegare, convincerci a fare qualcosa. A volte usa parole italiane con costrutti inglesi, altre volte il contrario, scegliendo invariabilmente la soluzione per lui più semplice, la parola più corta e facile da pronunciare, in uno sfoggio di innata astuzia linguistica che mi lascia spesso senza parole.
A volte, nel rivolgersi a me in italiano, si corregge immediatamente passando all’inglese. Sa fin troppo bene che per ottenere qualcosa da me è più strategico un “I love you mummy”, mentre con suo padre “ti voo bene papà” funziona alla grande. Sa che la nonna non capisce “right now” e quindi passa ad un più efficace “adescio adescio nonna”.

Pur con le difficoltà ed i rallentamenti inevitabilmente legati al fatto di avere, per ora, un solo referente anglofono (la sottoscritta) in un ambiente italofono (con in più una fortissima presenza dialettale) questo esperimento ci sta dando ampia soddisfazione, tenendo conto di aspettative ragionevoli, che non comprendono certo il conseguimento del First Certificate in prima elementare, ma che hanno come scopo primario e fondamentale quello di regalargli l’elasticità e la flessibilità mentali che questo sforzo costante non può fare a meno di generare per il suo infaticabile, meraviglioso cervellino assetato di informazioni.

Senza stress o ansie da prestazione; la spontaneità dei rapporti viene sempre prima dell’inglese, a casa nostra.

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Riflettendo su tutto questo, nel mio assiduo sforzo di trasmettergli una struttura linguistica di base abbastanza “pulita” e corretta, che sarà poi libero di ampliare ed approfondire da solo, mi scontro con la disarmante ignoranza della nostra stessa lingua da parte di molti miei conoscenti reali o virtuali, ignoranza intesa in senso non offensivo, che emerge da molti post ed articoli che leggo ogni giorno online.

Memore del mio percorso scolastico (liceo scientifico ad indirizzo linguistico, facoltà di Lingue e Culture per il Management Turistico), in cui una buona conoscenza della grammatica e della sintassi italiane mi hanno permesso di intraprendere con relativa facilità lo studio di tre lingue europee oltre all’inglese, mi chiedo se la scuola di oggi sia in grado di garantire ai nostri figli una conoscenza più che elementare della loro meravigliosa lingua.

Mi torna in mente la maestra Anna Laura. Era la mia maestra di italiano, e ci faceva riempire quaderni su quaderni con esercizi di analisi logica e grammaticale. Noiosi, lunghi, eterni pomeriggi passati a distinguere aggettivi qualificativi, pronomi, verbi, modi, tempi, preposizioni semplici ed articolate, ma anche complementi, predicati verbali e nominali, coordinate e subordinate.
Avrei davvero compreso le declinazioni latine e tedesche senza saper distinguere un complemento di specificazione da un complemento di termine? Avrei saputo distinguere un aggettivo in posizione attributiva da un predicativo del soggetto?

Sembravano nozioni inutili, vecchie, pesanti. Scrivere, riga dopo riga, senza mai poter usare le virgolette per fare prima, singolare, plurale, imperfetto, passato remoto, futuro anteriore.

Ma è stato quello, e solo quello, a farmi attraversare i foschi lidi delle perifrastiche senza timore.

Con la sua puntigliosa, costante esigenza, la maestra Anna Laura ha costruito nella mia mente uno scaffale solido e robusto, con ampi e capaci cassetti, ognuno dei quali ha dimostrato nel tempo di saper contenere con ordine le informazioni necessarie per riporre e subito ritrovare regole, costruzioni e strutture nelle varie lingue.

In quarta liceo, un giorno, il professore mi mise in grave imbarazzo chiedendomi di spiegare alla classe, ragionando a voce alta, come affrontavo le versioni latine. A parte alcune occasioni, in cui la forma scelta dall’autore presentava qualche ambiguità di sorta, per me non esistevano ragionamenti. Bastava aprire i cassetti, dispiegare le regole contenute all’interno, e la traduzione usciva da sola.

Non credo che questo capiti a tutti. Sono una linguista per indole, da piccola leggevo vocabolari. La lingua, le lingue, mi affascinano da sempre. A tre anni ho deciso e comunicato a mia madre che avrei saputo l’inglese, un giorno. A quindici ho iniziato a sognare di crescere i miei figli, se mai ne avessi avuti, in un ambiente almeno bilingue, se non poliglotta.

Matematica e fisica, per le quali molte persone applicano lo stesso identico metodo (problema, regole, ipotesi, scelta e soluzione) per me sono sempre state una bestia nera. Ne riconosco il fascino, come una discepola non iniziata agli arcani superiori, quasi ci fosse qualcosa di mistico nei complicati equilibri tra numeri, incognite, asintoti e logaritmi.
Pur comprendendo finalmente il senso di studiare integrali e derivate e la loro effettiva applicazione reale a fenomeni fisici quotidiani, mi limito ad osservare da lontano, ammirata ed ottusa insieme.

Non so davvero sia colpa della maestra di allora, se io e la matematica non andiamo d’accordo. Dicono si impari davvero solo per ammirazione, ed io ne sono profondamente convinta, così come sono profondamente certa del fatto che il compito di noi genitori non sia quello di insegnare tutto ai nostri figli, di dare loro tutte le risposte, ma solo, e qui “solo” è ben più che un eufemismo, di trasmettere loro la bellezza che sta nell’apprendere, nel cercare da soli queste risposte, nell’arricchirsi ogni giorno, poichè “vi sono più cose tra il cielo e la terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”.

Quello di cui sono certa, invece, è il fatto che se mio figlio ora sta crescendo bilingue, il merito è anche un po’ della mia maestra Anna Laura. Spero che ne trovi anche lui, di maestre così.

Meno informatica, meno pseudoinglese insegnato da docenti privati dei mezzi necessari, più italiano, matematica, geografia e storia.

Foto: treccani.it

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3 thoughts on “La maestra Anna Laura, l’analisi grammaticale ed il bilinguismo precoce. La scuola che vorrei per i miei figli.

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