Benvenuto, Nicola. Mio piccolo straniero, di cui so tutto, eppure niente.

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E niente, o meglio, tutto.

Il 20 settembre, con puntualità encomiabile, alle dieci e mezza di mattina stavo cercando di ignorare quella che credevo fosse l’ennesima “falsa” contrazione, costruendo una casetta coi Lego ed evidentemente straparlando, a giudicare dal “Mamma ma cosa dici” del duenne.

E poi una dopo l’altra, ogni venti minuti, magari meno. All’una rompo le acque, alle 1340 visita e tracciato, alle sedici e zero due è nato lui, biondissimo.

Dopo un’ora e mezza ero in piedi. Mi faccio invidia da sola.

Però accidenti, non me lo ricordavo mica, che male fa.
Fa male. Te lo dimentichi, ma finché sei li dici oh cavoli io no, non ci sono tagliata, me lo tengo dentro, basta, basta. Straparli. Urli, cerchi di respirare, stritoli il marito e maledici il pianeta porco bastardo, che un sistema giusto un filo migliore si poteva fare lo sforzo di cercarlo, che di sicuro qualcosa veniva in mente.

Le contrazioni, sempre più intense, vicine. Il bisogno di spingere, incontrollabile, assoluto.

È pura forza, ti scorre dentro, ti attraversa. Ti costringe ad arrenderti, ad assecondarla, lasciarti invadere, finché la forza diventa te, e tu diventi lei, senza distinzioni, senza confini. Torni indietro nel tempo, quando il tempo stesso ancora non esisteva, ci sei solo tu, e devi andare avanti.

E poi ti dicono guarda che la testa è fuori, e allora gridando, ma non più di dolore, non fa più male, fai uscire il resto.

Fine ed inizio del mondo, tempo circolare, per una frazione di secondo capisci tutto, è tutto così semplice, così logico.

Un mistero, un miracolo, il più grande spettacolo dopo il big bang.

(Poi, come il dolore, la conoscenza passa. Dimentichiamo, noi umani. Non siamo fatti per ricordare, per sapere. Non siamo abbastanza forti).

È nato.

Lo annunciano, con l’orario e tutto, lo scrivono. Neanche loro, cinici e disincantati, che lo vedono accadere ogni giorno, neanche loro sono immuni. Lo capisci dal silenzio breve di rispetto, dai sorrisi, è un attimo, un clic, ma c’è.

È finita, e insieme, ecco, comincia.

Prima ancora di vederlo, prima che te lo appoggino sulla pancia, piccolo, bagnato, rugoso e caldo, lo senti. Senti la sua voce per la prima volta. Lo respiri, non dici nulla.

Era dall’altra parte, semplicemente sotto la stessa pancia su cui ora è appoggiato. Cosi vicino, eppure cosi lontano. Reale e vivo dentro di te, eppure solamente sognato ed immaginato ed atteso ed ignoto.

Una serie continua di epifanie. Gli occhietti che si aprono, dapprima poco, poi di più. Ti guarda, stupito. Ti ascolta. Lo guardi.

Occhi, mani, respiro, odore, silenzi.

Ti lasciano portarlo a casa. È tuo, lo hai fatto tu, non potrebbe essere di nessun altro, eppure il primo viaggio in auto con lui, che prima c’era senza esserci, e ora c’è e basta, è un altro di questi inizi, un’altra “prima volta che” tra i ricordi che non possono sbiadire dal cuore di una madre, mai.

Benvenuto, Nicola. Mio piccolo straniero, di cui so tutto, eppure niente.

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9 thoughts on “Benvenuto, Nicola. Mio piccolo straniero, di cui so tutto, eppure niente.

  1. Lo confesso, da brava e cinica childfree solitamente non sopporto i racconti sul parto delle neo mamme. Mi trasmettono spesso una sensazione fastidiosa di autocelebrazione, e “solonoipossiamocapire” e we got the power, eccetera.
    Invece tu ci hai raccontato di un innamoramento. Di un attimo di eterno, dove dentro ci stava tutto, stupore, terrore, felicità, curiosità, dolore, ansia e follia.
    Come in tutti gli innamoramenti del mondo.
    Grazie a te, e a Nicola. Che già mi è simpatico.
    Benvenuto al Mondo.
    Matrigna

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    1. Grazie… Sono contenta che sia passato questo e non “hopartoritosoloio”… Non le sopporto, quelle! Sorrisetto di sufficienza e superiorità ogni volta che parlano di parto e figli con qualcuno che non ne ha.

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