Post da venerdì: fenomenologia del selfie.

Dunque.

Intanto Buon 2014!

Il mio 2013 è finito abbastanza alla grande direi, il 2014 promette bene, speriamo che Saturno stia fuori dai piedi un altro secolo o due e io son felice. Vengo via con poco. Sono una ragazza di poche (!) pretese, in fondo. Parecchio in fondo.

In attesa di conoscere quale sarà la parola dell’anno 2014, vorrei spendere dueparoleanchetre su quella del 2013: #selfie. 

Il selfie, da self portrait, è un autoritratto, fatto rigorosamente con lo smartphone, e con l’unico scopo di condividerlo, dopo esserci infighiti parecchio con filtri e bianchenneri e sfumature e tutto quel virare in seppia cosi hipster, così scìc.

Tranne, ovviamente, nei casi di culo assoluto che per qualche magica congiunzione astrale esci bene, le occhiaie quasi invisibili, una faccia meno da stronza del solito, insomma nei rarissimi giorni di grazia in cui esci vagamente figa di tuo e allora è di rigore un orgoglioso #nofilter a sottolineare la tua spontanea e niente affatto consapevole estrema figaggine.

In quattro anni e duemila foto pubblicate ma diecimila scartate, di #selfie #nofilter pubblicabili ne ho registrato un totale di: uno. Tre giorni fa, il che spiega questo mio post. Il selfie peraltro non l’ho pubblicato che non era credibile. Ma era autentico.

Ma andiamo avanti nell’attenta disamina del suddetto fenomeno.

Perchè dovete sapere che sebbene lo scopo precipuo sia sempre il medesimo, ovvero far sapere al mondo quanto siamo fighe noi, ce ne sono di parecchi tipi diversi, ognuno con una ragione apparente diversa.

C’è il selfie smarkettamento. Dove la fescionblogger caciotta si fotografa con il medesimo outifit in ventisette posizioni diverse, progressivamente sempre più improbabili, tanto che dopo cinque giorni invece dell’azienda di moda che vorrebbero far credere le paghi per (e invece sarebbe disposta a pagarle per non) gli arriva a casa uni scatolone da cinquanta fustini di Dash e trecento stick deodoranti Dove nel caso servisse, with compliments.

So’risultati pure quelli, per il popolo dei campioncini.

Poi che vi devo dire ci sono anche quelli pagati sul serio, e quelli mica ve ne accorgete. Sono quelli fighi davvero,  che neanche inquadrano il brand e aspettano che qualcuno glielo chieda, che dopo ventisecondi o anche meno glielo chiedono. E quelle sì, che sono markette coi controspigoli.

Ma non distraiamoci, dobbiamo parlare di selfies, e parleremo di selfies.

Perché oltre agli outfit e agli accessori, la fighezza autentica è data anche e soprattutto dai posti che frequenti, dalla gggente, dalle situazioni. Insomma, laifstáil. Ed ecco, è lì che alla foto del piatto con gli immancabili #slurp, #hmmm #chefamona #pizza time, hashtag di spessore cultural gastronomico superiore solamente ad un libro qualunque della Parodi, si sostituisce nei trend il selfie al bagno.

Ora, io non discuto che un’occhiata allo stato igienicosanitario dei servizi possa risultare quantomeno rivelatrice di un generale modus operandi, ma.

Mica mi ci devo fotografare, al bagno.

Va bè che c’é lo specchio che rende tutto più facile. Quelli avanti c’hanno pure la luce perfetta, quella che poi esci sentendoti divina e ti ci senti così bene che ci credono tutti. Va bè il discorso sneak peek. Che però vale solo per i Vip, che da quando sono sbarcati sui socialnè hanno scoperto l’unico altro vero scopo della vita oltre alle ospitate, ai centri commerciali ed alle sagre della porchetta, ovvero sputtanare in tre secondi e due decimi mesi di pierre della loro agenzia, e vatti a fidare degli amici e cugini che ti fregano il telefono e instagrammano al posto tuo rispondendo pure ai commenti. Che amici di mè che c’avete voi Víppese, lasciatevelo dire. E tenete d’occhio cellulare e reputescion, aggiungerei, se non fosse che ecco.

Poi, mi si dice che i selfies si usino parecchio anche su uozzap. Sapete, si chiama sexting, da texting, cioè mandare messaggi di testo, e sex, vagamente indicativo della quantità di indumenti assente da questa specifica arte, visiva sì, e liberale altrettanto.ma pure democratica, mi si dice. Quelli più avanti, quelli sgamati, usano snapchat.

Allora lì sempre bagno è, con quei dettagli di quel verismo profondo che è quasi transavanguardia, con angoli di pulsante dello sciacquone, spazzole piene di capelli dell’anno scorso e saugella ben in vista, sempre per via che l’igiene, eccetera.

Dico, vi rendete conto di come ci sia più di un perchè di questa proclamazione di selfie come parola dell’anno. Tra Instagram, il social del selfie par excellence (francesismi da radicalchic come piovesse, ultimamente)  Facebook, Twitter, Whatsapp, Snapchat, questo benedetto selfie ha più l’aria di essere un business.

E fate attenzione, eh.

Qualora foste, o voi sventurati, dei neofiti della disciplina, che un apposito Comitato con relativo Fondo Sociale Europeo sta proponendo di elevare a disciplina olimpica, non commettete l’errore di tradire ingenuamente il vostro status matricolare con un orribile “mi sono fatta un selfie”.

No! No! No!

I selfie non si fanno.

I selfie si sparano. Tipo cazzata.

Se ne sparano come minimo quarantacinque. Tre sono troppo scuri. In due si vede la pancia. In sette il culo. In ventitre la faccia è sbagliata, l’espressione non va; sapete, quando cerchi di fare quell’espressione assorta che guarda lontano ma devi pure tenere d’occhio il display, quindi come minimo sei strabica, e in aggiunta, sostanzialmente scema.

La soluzione, spesso, anzi la salvezza per noi pulchrae puellae del tempo che fu (e non torna mai più) sono le boccucce.

Sapete, quando corrucci le labbra per fare la faccetta arrabbiata un pochino viziata e tiri in dentro le guance per mettere in evidenza gli zigomi, lo sguardo che deve essere insieme sexy ma ingenuo, astuto, ma inconsapevole, adulto ma sbarazzino… roba che neanche l’Actors’ Studio, voi capite.

Ed è lì che accade l’irreparabile. Una volta, quando i telefoni avevano gli schermi verdini, di essemmesse ce ne stavano dieci, 160 caratteri e basta, al massimo snake per le ore, al moroso gli mandavi la Polaroid. Una. Che la carta costava un botto. Al massimo se non veniva la buttavi via e gli scrivevi che tanto ti vedeva nei sogni e quella roba della lontananza che è come il vento e i fuochi piccoli e quelli grandi e oh, che romanticismo.

Invece ora no. Non abbiamo scuse.

E allora, per disperazione, eccoci cadere nell’infido tranello della duckface. Ce l’abbiamo tutte, almeno una duckface, ammettetelo.

Ben nascosta, magari, ma c’è: e poichè l’inglese è galante e a suon di understatement mi perde di efficacia,  lo traduco pure in un più densamente connorato ed inevitabilmente più efficace

#Fotoconlaboccaaculodigallina”.

Da scriverci su una fenomenologia a parte.

image

(Credits)

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3 thoughts on “Post da venerdì: fenomenologia del selfie.

  1. Hei! Giù le mani dalla Parodi! E’ la sola unica speranza di noi capre da cucina! (comunque, immagine straordinaria 😀 … possibile che non ci sia l’emoticon adeguata? )

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