Scrittura creativa e cavallette.

Il meno che ci si possa aspettare da una che frequenta un corso di scrittura creativa, è che scriva. Quindi sappiate che questo post nasce esclusivamente dal fatto che non ho la minima idea di come fare a svolgere i compiti per casa del suddetto corso, e che le altre due tremila cose che dovrei non ho voglia di farle, quindi eccoci qua, giusto il tempo di togliere quelle cinque sei ragnatele che si sono formate qui dall’ultimo post, e sono da voi.

Dunque, niente, sono arrivata al giro di boa (ditemi che anche voi quando sentite giro di boa pensate ad una sciantosa avvolta in piume di struzzo rosa, e mi sentirò meno sola) delle cinque lezioni di creative writing a cui ho pensato bene di iscrivermi, e fare il punto della situazione mi sembra un’idea buona come un’altra per non fare quello che invece dovrei  ehm mi sembra, dicevo, un’ottima idea per un post.

Senza scendere troppo nei dettagli, che se no spoilero e metti che lo rifanno e voi volete andarci e io vi ho rovinato tutto, insomma, non sarebbe carino, questa esperienza mi sta influenzando parecchio, sia in positivo che in negativo.

In positivo perché gli esercizi assegnati a lezione e per casa mi mettono davvero alla prova, costringendomi a confrontarmi con stili che non mi appartengono, con lunghezze, o meglio, con “cortezze” che per me sono una tortura, nel senso che la sintesi non è mai stata uno dei miei (seppur innumerevoli) pregi, ed anche con temi che non sono quelli di cui mi occupo qui o nel mio spazio social da guest blogger. E mettersi alla prova è sempre positivo, perché ti permette di scoprire cose di te che non sapevi, distruggendo certezze oppure, al contrario, rafforzandole.

Da un recente esercizio, per esempio, io mi sono scontrata con l’ineludibile consapevolezza di possedere uno stile abbastanza caratterizzato, anche se purtroppo, temo, ancora molto ‘blogger’, quindi da affinare, rifinire, limare. Una cosa che sapevo già, ma credetemi, vedere proiettati sullo schermo ed evidenziati in giallo i 24568458 aggettivi che sono riuscita ad infilare in un singolo periodo, all’interno di un testo che io tutta soddisfatta consideravo parecchio asciutto e minimal… beh, un pochino mi ha costretta a rivedere i miei passi, e la mia illusione di relativa versatilità. Quindi niente, io sono più il tipo da ipotassi che da paratassi, ho questa passione per gli incisi, per le parentesi, per le digressioni, per i colloquialismi, per gli informalismi, per le frasi che durano cinque righe, eccetera.  Poi dipende, eh, che a volte, non qui, chiaramente, mi capita di scrivere poesia e allora lì sono sincopata e stringata, ma è un’altra storia. DOVREI, FORSE, TWITTARE DI PIÙ, dal momento che Twitter è un’ottima palestra di sintesi ed arguzia, ma sono pigra.

Poi, proseguendo con la mia autoanalisi, succede che mi rendo conto di non aver letto che un’infinita frazione di ciò che merita di esser letto, e mi sento abbastanza una CAPRACAPRACAPRA, al che vado a casa depressa come un cipresso, e mi scoraggio. Dico, come posso anche solo pensare di cominciare a scrivere, se ancora non ho imparato a leggere? Adesso, per esempio, sono alle prese con Irene Némirovsky, e non mi capacito davvero di essere arrivata a 32 anni senza aver letto tutti i suoi libri. Giuro, mi deprimo solo a scriverne, e non è finita qui.

Oltre alla consapevolezza disarmante della mia profonda ed abissale ignoranza letterario-narrativistica, infatti, mi sono ritrovata a squadrare con aria incredula un brano scritto da me medesima nel quale sono riuscita ad usare il verbo DIRE per tipo sei volte in cinque righe. Ora, prendetemi a dizionariate in testa, pugnalatemi di sinonimi, ricopritemi di perifrasi, perchè io questa cosa non me la perdono, sapete. Mi sono vergognata come un cane, e la cosa persiste, con sommo gaudio di Amazon e Kobo Store, che beneficiano in termini di incremento netto ed istantaneo del fatturato ogni volta che ci ripenso, salvo poi non trovare il tempo di leggere tutto, ma quello è per via del fatto che cazzeggio troppo sui socialné, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. 

Ma intendiamoci, loro*sono bravi. Dico sul serio. Le spiegazioni, pur essendo semplici, non sono mai banali, e il fatto di scrivere attivamente a lezione e di rivedere insieme i lavori è molto utile a tradurre i concetti, che in alcuni casi possono essere un po’… astratti, per chi non è del mestiere, in opportunità di riflessione ed analisi che tendono a tornarti in mente ogni volta che devi scrivere qualcosa, dopo, aiutandoti ad auto-correggere, almeno in parte, i tuoi errori e vizi. Tranne nel mio caso, come si evince da questi post, e dal fatto che più che guidarmi in una saggia operazione di auto-editing la cosa tende a paralizzarmi tout court. Ma questo, ne sono certa, è un mio problema.

E veniamo al dunque. The biggest problem ever, ovvero i compiti per casa che sto allegramente rimandando fino all’ultimo, e che probabilmente, dico probabilmente, non svolgerò. Perché bisogna scrivere una sinossi, e io, cari miei, una storia non ce l’ho. Io ho pezzi di libri che mi compaiono in testa, ho frammenti di conversazioni che suonano anche benino (finchè non li proiettano su un muro bianco e mi accorgo degli zilioni di ripetizioni ed artificiosità che affastello in poche righe, allitterando oltre ol limite consentito dalla legge e divagando come non ci fosse un domani).

I don’t have any effin’story.

Niente. Nada. Una waste land. Tabula rasa. Niente di troppo personale. Niente di cui mi senta di poter scrivere senza che dopo tutti dicano oh ma sei tu, oh ma è la tua vita eccetera. Certo che sono io, mi verrebbe da dire, e certo che NON lo sono. Nel senso che non sempre tutto quello che scrivi è qualcosa che ti è accaduto, che hai pensato, che hai fatto. A volte, magari più spesso di quanto ci piaccia ammettere, può trattarsi di qualcosa che avresti voluto dire o fare o baciare lettera testamento, altre qualcosa che sai che avrebbe fatto la tua amica, o  non so, qualcosa che hai letto-visto da qualche parte, sognato o che. Ma io, insomma, zero. o quasi, nel senso che l’unica cosa che mi passa in mente è un guazzabuglio senza capo né coda, e non va bene. No.

Dicono che ci sia un numero più o meno limitato di trame che accomunano le storie, i miti, i racconti etc di tutto il mondo, e da lì, gira e rigira, non si scappa. Quindi io ho fatto quello che faccio sempre quando qualcosa mi affligge, corpo o mente.

Ho googlato, ovviamente.

Partendo dalla nozione elementare per cui there’s no plot without a conflict , ovvero non c’è trama senza un conflitto, ho trovato uno zilione di citazioni, nonché questi sette conflitti, che in teoria, perlomeno nel romanzo occidentale, dovrebbero aprire innumerevoli finestre verso innumerevoli storie.

  1. [wo]man vs. nature
  2. [wo]man vs. [wo]man
  3. [wo]man vs. the environment
  4. [wo]man vs. machines/technology
  5. [wo]man vs. the supernatural
  6. [wo]man vs. self
  7. [wo]man vs. god/religion

Poi, la storia e la trama sono due cose diverse, e allora mi viene da pensare che potrei avere una storia, ma non una trama, e che forse, lavorandoci su, non so, qualcosa esce. Prima o poi.  Forse. Magari piego i calzini e faccio il cambio stagione, però, tanto per andare sul sicuro ed usare la domenica produttivamente.

The king died and then the queen died is a story. The king died, and then queen died of grief is a plot.

Lo ha detto E:M.Foster, uno dei miei scrittori preferiti, o forse dovrei dire uno dei pochi che io abbia letto. Poi mi viene in mente che tutta sta centralità del conflitto nella trama potrebbe essere una roba abbastanza occidentale, e che forse  è questo il motivo per cui a parte Moonlight Shadow la letteratura giapponese non mi ha mai travolta, ma sarebbe un discorso troppo lungo, ed io ho questa cosa della brevità che mi trafigge il fianco come la milza dopo due metri o tre di corsa.

Ho tempo fino lunedì alle quattordici per tirare fuori dal cilindro una accidenti di trama.

Altrimenti, le cavallette.

belushi_cavallette

 

 

PS1: tra le cose interessanti che ho trovato, questa è di Henry James, e mi piaceva.Poi ci sarebbe quest’intervista a Chinua Achebe, il quale Chinua mi resta da un corso di letteratura postcoloniale all’università, e parecchio altro, incluso il libro The Art of Fiction di Ayn Rand che è fotografato qua sopra e che attualmente è aperto ed in lettura sul mio adorato Kobo. Ah, e Carver, ovviamente.

PS2* Ah, per inciso, LORO sono Loris e Luca. E non so se mi odieranno per averli citati, ma sappiate che tanto sono già la peste del corso, quindi. Del poco che migliorerò il merito è tutto loro, e di ciò che non riuscirò a cambiare del mio modo di scrivere la colpa è solo mia. 

 

 

 

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2 thoughts on “Scrittura creativa e cavallette.

  1. Credo che tu fossi anche nella mia mente quando hai scritto il post. Ho visto lucidamente tutti i miei difetti e le difficoltà. Mi spieghi come mai desidero scrivere, amo scrivere, mi sento meglio quando scrivo, ma poi cazzeggio sui social o sul blog e di fatto mi sento contemporaneamente senza talento/piena di talento – senza cose da dire/piena di cose da dire? Perché ho una voce interiore ipercritica che frena e rovina tutto lasciandomi tra i miei incipit, explicit, dialoghi mozzi e poesie ermetiche che fanno cagarissimo?
    Ps. Ho seguito anche io un mini corso di scrittura creativa che a parte darmi la spinta per aprire almeno il blog, sinceramente non mi ha lasciato nulla, ma credo dipendesse dalla cialtronaggine anche dei partecipanti.

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