Due settembre.

Non mi sembra vero: sono le 21.30 e dormono già tutti… e tre. Ma soprattutto,  è già il due settembre.

È un mese speciale, settembre, per me. Da sempre il mio preferito.

L’anno scorso l’ho postato su Facebook, che era settembre, grazie al cielo. Perchè ero incinta, molto incinta, e l’estate scorsa è stata torrida, avevamo fatto installare il climatizzatore a maggio per via della panciona e non ha funzionato che dal 24 agosto. Un tubo perdeva gas, e io avrei intubato al freon l’idraulico che l’ha montato (male) ed il centro assistenza che ci ha messo tre mesi ad organizzare due uscite,  dicendomi che dovevo capire, era estate. Ma va? che io l’aria condizionata la uso a dicembre, pensa un po’.

Comunque alla fine è arrivato, settembre, e al 20 è nato lui, un anno fa e ieri.

Ed è già di nuovo
settembre.

Tra poco il grande ricomincerà l’asilo, e sarà lontano molte ore, ed io finalmente avrò più tempo da perdere senza fare nessuna delle cose che mi riprometto di fare quando non ne ho, di tempo, e che poi mi dimentico. Tornerà il silenzio svuotato delle sue centinaia di domande e contestazioni e obiezioni dal rigore logico inattaccabile, e mi manca già.

Il piccolino è in piena lallazione, dice ‘ghen’ quando vuole ancora,  e mamaaa e papaaaa e kha kha e popo. Tra poco camminerà, non è più un neonato, avrò da fare, mi ripeto.

Camminerà, e cammineremo.

Andremo lungo il fiume, e sulle colline ad ascoltare il rumore delle foglie secche, le raccoglieremo, ci faremo disegni e corone da re.

Scriverò, forse.

Farò fotografie, tante. Mi piace, fare fotografie. Ho letto da qualche parte che niente ti insegna a vedere quanto l’abitudine di guardare dentro un obiettivo, e a volte mi capita di pensare che sia lo stesso anche per la scrittura, in un certo senso. Che l’esigenza di situazioni e luoghi e momenti e frasi e sensazioni con cui tessere le storie ti costringa ad ascoltare ed ascoltarti.  Che pensare a come raccontare un istante ti costringa a viverlo più intensamente, ad entrarci dentro fino in fondo anzichè osservarlo da fuori. 

Non lo so. Penso spesso di scrivere, penso spesso alla scrittura. Intesa come gesto,  come ricerca, risorsa, salvezza. Inizio a scrivere cose, cristallizzo sensazioni e parole intorno ad una persona,  un momento, e poi cancello, incapace di stabilire un limite netto tra scrittura e vita. A volte ho la sensazione che la testa stia per scoppiarmi, se non mi metto immediatamente a scrivere, eppure

niente.

Ma adesso è settembre.
A settembre tutto sembra di nuovo possibile.

Indosserò i miei stivali preferiti,  e tornerò dentro il mio cashmere ceruleo. Il giovedì mattina andrò in palestra, chiacchiererò troppo e farò solo metà della scheda, imbrogliando come sempre sul numero degli addominali.  Berrò meno caffè, leggerò di più, e meglio. Ascolterò musica. Farò più spesso la pasta fresca. Ricomincerò il mio vasetto di lievito madre, barbaramente ucciso in un giorno qualunque di maggio.

Scriverò. 

A settembre tutto sembra possibile.

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