#365scampolidifelicità, day 2. A piccoli, grandi passi.

Nicky ha quasi un anno: il 20 settembre, sabato, sulla sua torta ci sará una candelina, che lui probabilmente cercherà di mangiarsi, come un po’ tutto quanto.

E domenica scorsa,  a casa degli zii, che sono anche i suoi padrini, si è lasciato andare per la prima volta. Ha camminato, da solo.

E noi, che da mesi lo incoraggiamo lasciandoci stringere due dita con la sorprendente forza e la fiducia disarmante che solo i bambini hanno, noi siamo rimasti lì a guardare, lo abbiamo abbracciato forte quando si è lanciato trionfante nelle nostre braccia dopo quel metro scarso di indipendenza dal sapore unico.

Ora si allena con tenacia, e la distanza tra noi genitori,  che per un poco di tempo siamo ancora i suoi punti di partenza e di arrivo, si allunga sempre di più, così come si allarga sul suo visetto rotondo il sorriso di soddisfazione.

Cammina traballante, a volte cade e si guarda intorno stupito, subito si rialza.  Ci sorride con sfida, e si gira, ricomincia da capo. Non si arrende, sa che il mondo aspetta solo lui per essere esplorato, scoperto,  riverniciato dell’ azzurro dei suoi occhi, e di nuovo e meraviglioso.

Quando perdiamo lo stupore davanti al mondo? Com’è che ad un certo punto ci dimentichiamo come si fa, a trovare la meraviglia che si nasconde nei dettagli più piccoli, e nulla più scalfisce il nostro sguardo? Dovrebbero insegnarci meglio l’arte, a scuola, intesa come la capacità di non smarrire il dono di lasciarci sorprendere e stupire. Io lo sto riscoprendo adesso, girando di continuo con una macchina fotografica, come se mi servisse un obbiettivo, ed i miei occhi non bastassero.

E non è mica sempre facile, vedere il bello che c’è. Perchè a volte la vita da mamma, che da fuori sembra scorrere idilliaca e tranquilla, finisce che ti va stretta, che ti mancano le conversazioni davanti alla macchinetta del caffè,  l’eccitazione prima di un evento, il senso di importanza dei compiti difficili, le telefonate, le riunioni, gli aperitivi dopo lavoro, le soddisfazioni, perfino le rogne del lunedì mattina. E ti senti pure in colpa, un’ingrata egoista che invece di apprezzare la fortuna di esserci per tutte le loro prime volte, guarda con un occhio di rimpianto i vecchi tailleurini, quelli ancora appesi là in alto, quelli in cui non entri più perchè due gravidanze hanno lasciato il segno, e forse non tornerai mai com’eri, neanche fuori, perché dentro è impossibile. E li conservi, perché la speranza è l’ultima a morire,  e perchè forse quando ce la farai di nuovo ad entrarci saranno finalmente tornati di moda, anche se forse non ti piaceranno più.

Lui mi guarda, chiedendoci cosa ci sia dentro questo schermo luminoso dove saltella il mio pollice. Forza, mamma, alza gli occhi e prendimi per mano, abbiamo da fare.

Vieni, ti porto io, mi dice, aggrappandosi ai pantaloni macchiati della pastasciutta che mi ha lanciato addosso. Saltella, sente la musica e lui inizia subito a ballare, fa come ha visto fare al suo eroe, suo fratello. E tira.

Vieni mamma, andiamo. Il futuro aspetta solo noi.

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