Licolì.

L’avevo scritto qualche post fa, e l’ho fatto: ho ricominciato la coltura di lievito madre liquido. Un po’ di yogurt, farina, acqua,  un rinfresco al giorno.

I primi giorni è disarmante, perchè non succede assolutamente NIENTE. Ed io mi sento un po’ cretina, a continuare ad alimentare questa cosa che in teoria dovrebbe essere viva,  ma sembra fregarsene alla grande di me e delle mie scrupolose attenzioni. L’altro giorno pensavo addirittura che fosse morto, e come faccio sempre ogni volta che mi rompo un’unghia o mi duole un sopracciglio, ho googlato sintomi e segnali nella vana speranza di un’autodiagnosi non troppo tragica. Poi m’è venuto in mente di chiedere direttamente all’Autore della ricetta, che mi ha svelato il Primo Mistero di Rozzano,  e ieri mattina il licoli era così.

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Cioè, lievitato del triplo, e con degli alveoli da passarci le vacanze, giubilo e gaudio. Rinfrescato e spedito in frigo, non senza averne prelevato un tot per un tentativo di focaccia, decisamente migliorabile, ma non del tutto deprecabile. (la rima è orrenda ma sono in vena di gigionaggine, quindi amen).

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Ebbene, riproveremo. Intanto sono comunque felice del mio licoli. È il secondo: il primo l’ho ucciso in un omicidio rituale a giugno (o addirittura maggio) dopo che avevo provato il pane,  ma era troppo giovane, e a me son girate le scatole parecchio, del tipo che avevo bisogno di prendere a pugni qualcosa o qualcuno, ovviamente per motivi diversi da una pagnotta cruda, e ho ucciso il lievito. Liberatorio, sul serio.

La prima volta in vita mia che ho consapevolmente visto della pasta madre avevo dodici anni e l’insegnante di educazione tecnica (cara prof. Nardi, indimenticabile) ci aveva condotti in visita allo stabilimento Motta di San Martino Buon Albergo a Verona, e c’era questo grande contenitore e un tecnico vestito di bianco che ci diceva che era una cosa viva, e a me faceva schifo.

Di quella visita mi ricordo i pandori che passavano su un nastro trasportatore e venivano ricoperti di cioccolato, nonché lo sgomento del mio compagno Tommaso all’idea che tutto il cioccolato che non cadeva sui panettoni andasse gettato via. Encomiabile senso delle priorità, ottimizzazione delle risorse, etc.

Comunque ora un pochino di quella cosa viva è nel mio frigo, e non ho intenzione di ucciderla di nuovo. In effetti progetto di usarla per fare le pizze e le brioches, ma temo che tali imprese siano oltre la mia portata, dal punto di vista tecnico, teorico e pratico.

Ma ci proveremo. Pizze, pani, panetti,  focacce, brioche e krapfen… ci sarà da divertirsi, parecchio da pulire e speriamo qualcosa da mangiare.

In ogni caso ogni scusa è buona per non mettere in ordine il cassetto delle calze.

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