Non comprate questo libro! Nuove Ricette Antiche di Stefano Caffarri, recensione bionda.

Un po’ per le instagrammate esagerate del fitto popolo di ammiratori del Nostro, un po’ perché insomma, si è amici su Facebook, che negli anni dieci del terzo millennio è praticamente l’unica vera forma di amicizia regolarmente verificabile ed universalmente riconosciuta, ed io con gli amici sono critica ed esigente quasi quanto lo sono nei miei stessi confronti, sta di fatto che devo ammettere di aver tentennato qualche giorno, prima di comprare Nuove Ricette Antiche.

Poi ho ceduto (ho troppo poco della monaca, e parlo della sfiorita, sbattuta e scomposta Gertrude, per usare qui l’inflazionato “sventurata”, ma il tono era quello); davanti a quel minaccioso pulsante di Amazon, a quel “buy now” (or never, ma forse lo immagino io, questo never, well, I bought. Con buona pace di Matteo Fronduti e delle blogger che non si svampano, e adesso chi avrà mai coraggio di entrare al Manna, io solo previa assicurazione di non belligeranza, che Fronduti a me fa paura, pure senza moto. Temo coloro che sanno usare il congiuntivo E cucinare, sono individui sospetti, in genere.

Poi quando è arrivato, il libro, intendo, l’ho aperto, l’ho sfogliato, l’ho chiuso: ha fatto in tempo a scapparmi appena un paio di sorrisi, davanti al baccalà di Vicensa, (sic) e il gelato alla bagna cauda, perchè sono state settimane di countdown from zero to hero e from 64 to zero per l’appassionato fandom dell’Autore, che seminava indizi e fingeva disperazione, beffardo e sornione come solo i sabati mattina di una volta alle otto in punto.

Dopo molte ore parecchio rumorose e disordinate, finalmente è giunto il silenzio, e allora l’ho riaperto e ho iniziato a leggerlo. Tutto quanto, eh, anche la biografia, proprio a modino, diligente come il critico che pulisce il piatto e toglie microscopiche tracce di cibo dalla bocca con espressione compunta.

Sono andata a letto leggendo un libro di ricette. Prima, mi sono lavata i denti, leggendo un libro di ricette. Giuro, prima che facciate quella faccia lì, nessuno lì dentro si chiama Anastasia, anche se in effetti un paio di accoppiamenti sorprendenti non mancano.

Ho letto, dissi, col tono delle vecchie professoresse di lettere inacidite da troppi congiuntivi sbagliati e da tutte quelle perifrastiche tradite, quelle che anche quando scrivevi da Nobel ti davano sette meno, perchè loro l’8 no, non lo davano mai. E manco il resto, ecco, immagina quell’espressione arcigna, ora, proprio quella, ed il silenzio denso e sospeso ed appeso con cui aspettavano di proposito a continuare il discorso.

Ho letto. *ripete, e si schiarisce la voce*

Ecco, a me dispiace, Stefano, ma io devo essere brutalmente sincera con te, e soprattutto con i due lettori di questa niente affatto prestigiosa testata non giornalistica aggiornata senza alcuna regolare periodicità (che perifrasi tocca fare, da quando blogger è diventato praticamente il peggior insulto dopo ‘scansafatiche’ per un Veneto). Devo esserlo, e non me ne volere.

Perché il mio consiglio spassionato è di NON COMPRARE questo libro.

Non compratelo per regalare un libro di ricette, che in effetti sopra in alto lì a destra ha su la scritta Cucchiaio d’Argento, e sai come quello della mamma che si lavava le mani ogni volta, prima, facciamo bella figura e ce la caviamo con poco, che dici, lei guarda sempre masterchef le piacerà, eccetera. Non comprarlo e non regalarlo, anche se costa dodici euro alla botteguccia di Jeff Bezos,  che insomma è anche meno di quello della Parodi, e ci sono le foto belle grandi. Non comprarlo se ogni volta che vedi una foto di cibo ti scatta il pollice a commentare “ricettaaaaaa???” e soprattutto,  non comprarlo se sei di quelli che rigorosamente la carbonara si fa così e la matriciana si fa cosà, o se la roba buona si fa solo con ingredienti costosissimi ed introvabili e stagionati duemila anni, reperibili solo camminando scalzi sulle braci ardenti il 29 febbraio di martedì con Saturno Venere e Mercurio allineati con Orione. 

Non comprarlo se ami risparmiare tempo scrivendo Ke al posto di che, perkè fa fiko e anche ggiovane. Ci sono dentro parole desuete, dittonghi oramai dimenticati dal logorio della lingua moderna, allettanti allitterazioni che ammiccano invitando suadenti ad una seconda lettura, o anche una terza.

Non compratelo se volete gli effetti speciali da quadro espressionista,  dove ad essere stellata non è più la notte di pennellate nervose ma l’insegna fuori dall’uscio. Non compratelo se volete fare i fighi o riscrivere all’italiana parole giapponesi, se vi entusiasmate per la sferificazione inversa, se siete vegani o astemi. Non compratelo, basta.

Ma se per caso, dico per pura, esigua probabilità “rilevabile solo strumentalmente” a qualcuno tra voi accadesse di amare le parole, di perdervicisi dentro con la stessa incantata meraviglia con cui annusate il profumo di buono che a volte vi ritrovate sui fornelli mentre lasciate cucinare la pancia e le mani, pensando a tutto ciò che accade tra un uovo alla coque ed un uovo sodo, ecco, allora forse, magari, chissà. Se vi incantano le storie e chi le sa raccontare, se siete pronti a sedervi su uno sgabello alto e lasciarvi cucinare ascoltando buona musica e ogni tanto chiudere gli occhi per assaggiare, ebbene, potreste anche decidere di. Di comprarlo, intendo.

Ma non ditelo in giro. Costa troppo poco, è scritto troppo bene, ci sono foto troppo belle, non si è mai visto, un libro di *ricetteratura*, nientemeno. Ridicolo. 
Non vi preoccupate. Amazon ve lo consegnerà in un pacco anonimo, nessuno ne saprà mai niente.

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