Come quando fuori piove.

Oggi è un giorno così, uno di quelli che fuori piove e non possiamo uscire, io ed il piccoletto, per le nostre chilometriche passeggiate “al di là del fiume e tra i salici”, che in realtà sono lungo il fiume e basta, ma va bene uguale, tanto che certe volte neppure me ne accorgo e mi ritrovo in un altro paese, dietro i campi da tennis.
Niente caffettino al solito bar, niente fotografie (sempre le stesse) della promenade, niente spesa alla Coop che entro a prendere due yogurt ed esco con il passeggino di venti kg più pesante e 30 cm più ingombrante per via delle tre borse di tela stracolme. Solo noi, il tappeto, gli abbracci.

Ci ho passato l’ultima mezz’ora, sul tappeto del salotto con il piccoletto, insolitamente calmo e tranquillo, seduto tra le mie gambe incrociate, con la sua adorata tigre in una mano e l’altra che prende la mia e se la appoggia sulla testa in una muta richiesta delle carezze sui capelli che entrambi adoriamo. Ha capelli di seta bionda, e quel profumo di buono e di dolcezza che hanno i bambini, ed è caldo e morbido e liscio e meraviglioso.
Quando piove e, come ora, ho troppo sonno per alzarmi e concludere qualcosa, noi ce ne stiamo qui, e questi abbracci sono scolpiti uno a uno nella mia memoria; lui ha già sedici mesi, eppure il rapporto simbiotico iniziato con quelle due magiche lineette sul test è ancora intatto. Lui è tenero, rotondo, riesco ancora a circondarlo tutto, anche se ora è fuori dalla pancia. Suo fratello sta crescendo in fretta, quando si siede sulle mie ginocchia è tutto gambe, lunghe e magre, non riesce più a stare qui a lungo. E va bene così, mi piace molto constatare ogni singolo giorno i suoi piccoli passi verso l’indipendenza, lo sviluppo di una personalità propria, riconoscere che formula pensieri che io non saprò mai, il suo constatare di essere altro da me, di essere una persona staccata. È una gioia un po’ venata di malinconia, perchè non è più il mio cucciolo che dorme con la testa appoggiata nell’incavo del mio gomito destro, ma deve essere così, è giusto e bello che sia così.

Il piccolino ora si è alzato, è andato a sedersi sulla sua Poäng, la adora. Quando piove e siamo chiusi in casa giochiamo a rincorrerci, con lui che lascia esplodere risate scoppiettanti e ed assolute. Le sue risate sono musica per l’anima, ed è la più bella che io abbia mai sentito, insieme con il suono pazzesco del suo battito veloce diffuso in una stanza di ospedale dall’ecodoppler, alla prima, emozionante ecografia. Il profilo del suo viso, con il nasino a punta ed il mento leggermente sfuggente che ha preso da me, l’ho visto nitido al settimo mese di gravidanza, quando ho capito che mi avrebbe somigliato più del fratello. Ed è così.

Poi si alzerà e giocheremo al solletico, e lo farò ridere fino a restare senza fiato, e lo riempirò di baci, che lui si ferma ad aspettare, mi godrò le sue braccine che si stringono attorno al mio collo, la manina che mi tira i pantaloni mentre stiro per mostrarmi una meraviglia qualsiasi ritrovata nelle scatole piene di pezzi di giocattoli, palline, cubi e costruzioni.

Sono belli, questi abbracci. Sono belli, i giorni quando piove ed ogni scusa è buona per rubare al tempo grossi sacchi di tela pieni di coccole, baci e risate, biberon pieni di latte e pezzi di biscotto che poi ritroverò sotto il tappeto e tra i cuscini del divano.

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