Discorsi di letteratura.

E sì, ho cambiato template al blog. Ne sto cercando (senza impegnarmi troppo, in effetti) uno proprio essenziale, stile solo testo e due tre widget di fianco, ma intanto questo è abbastanza minimal e leggibile per tirare avanti in attesa di ispirazioni migliori. Tra l’altro, sebbene lo dica ogni anno, probabilmente questo dicembre chiuderò baracca e burattini e ricomincerò altrove, con un altro nome, un altro dominio, un altro tutto. In effetti sono ancora qui praticamente soltanto in virtù del fatto di essermi dimenticata di annullare il rinnovo automatico del servizio di hosting, quindi tanto vale sfruttarlo per gli undici mesi pagati che restano, sai mai che questo è l’anno che divento famosssssa e mi mandano le robe gratis. Quel che volete, basta che siano libri, grazie.

A proposito di libri, un paio di sere fa ho letteralmente divorato in poco più di un’ora uno degli ultimi acquisti, che tra l’altro ha una copertina dal visual pazzesco. L’editore è Terre di Mezzo, che mi sta simpatico a priori perchè pubblica i libri di Valerio Massimo Visintin, che mi sta simpatico e basta per quello che scrive e come lo scrive.

Il libro di oggi però non lo ha scritto lui; si tratta, in effetti, di una raccolta di discorsi di accettazione del premio Nobel per la letteratura, con molte riflessioni davvero interessanti (nonchè coerenti con la filosofia di Terre di Mezzo) sulla letteratura (ebbene, sorprendente, no?), sulla politica,  sulla libertà, sulle opportunità e su molti aspetti dello scrivere. 

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Ho letto avidamente i discorsi, che nella versione curata da Sara Crimi e Alberto Frigo diventano dei veri e propri saggi, dalla lettura fluida e scorrevole. Più volte mi è venuta la tentazione di fermarmi, sottolineare, annotare, perchè c’è qualcosa di meraviglioso e confortante nello scoprire che alcune necessità (nella fattispecie caso SCRIVERE), i dubbi, le domande, le disperazioni, (melodramma mon amour) appartengono anche a loro, a quelli grandi. Con Pablo Neruda ho attraversato rapidamente le Ande verso l’esilio, e ho sussultato leggendo che

Non esiste solitudine inespugnabile. Tutte le strade conducono allo stesso punto: a comunicare ciò che siamo. E per giungere a quell’area magica in cui possiamo danzare goffamente o cantare con malinconia è necessario attraversare la solitudine e l’asperità, l’incomunicabilità e il silenzio: ma in quella danza, o in quella canzone, si consumano i più antichi riti della coscienza, della coscienza di essere uomini e di credere in un destino comune.

Ecco, questo senso di responsabilità civile del poeta e dell’uomo di lettere ritorna in Marquez, il cui discorso è un breve, accorato appello contro la solitudine dell’America Latina,  condannata ad un’eterna solitudine:

Poeti e mendicanti, musicisti e profeti, guerrieri e canaglie, tutti noi, creature di quella realtà smisurata abbiamo dovuto chiedere ben poco all’immaginazione, perchè per noi la sfida più grande è stata l’insufficienza dei mezzi convenzionali a rendere credibile la nostra vita. Questo è, amici, il nodo della nostra solitudine.

Dal fazzoletto di Herta Müller (Nobel 2009) alla valigia di Ohran Pamuk (Nobel 2006) passando per Faulkner, che rifiuta di accettare la fine dell’uomo e dichiara che

la voce del poeta non deve limitarsi a documentare l’uomo; può essere suo strumento,  pilastro che lo sostiene al momento di resistere e prevalere.

fino alla strana “vergogna” descritta da Szymborska nel dichiarare “poeta” alla voce “professione”, ciascun discorso mi ha per così dire presa a schiaffi, costringendomi a riflettere e tornare sulle righe più volte, tanto erano dense.

Tra gli altri, mi hanno colpito i discorsi di Doris Lessing e di Mario Vargas Llosa. Quest’ultimo parte da un lungo racconto della sua infanzia e giovinezza in Perù per raccontare del brivido di quando nasce un romanzo, della difficoltà di raccontare storie, del rapporto tra realtà e finzione.

La letteratura è una rappresentazione ingannevole della vita che, tuttavia, ci aiuta a comprenderla meglio, ad orientarci nel labirinto in cui nasciamo, viviamo e moriamo Essa ci ripaga dei rovesci e delle frustrazioni che la vita vera ci infligge, e grazie a lei decifriamo, almeno in parte, il geroglifico in cui di solito consiste l’esistenza per la grande maggioranza degli esseri umani, soprattutto quelli che, come noi, nutrono più dubbi che certezze, e confessano la propria perplessità dinanzi a temi come la trascendenza, il destino individuale e collettivo, l’anima, il senso (o la mancanza di senso) della storia, ciò che sta al di qua e ciò che va al di là della conoscenza razionale.

Per dire, eh. Ma sono così belli che sottolineerei (cacofonico, questo verbo) praticamente tutto, per motivi diversi, e lo sanno tutti dai tempi delle superiori che sottolineare tutto è come non sottolineare niente, quindi lascerò bianche quelle pagine, limitandomi a condumare un po’ il dorso e la copertina del libro a furia di tornarci ancora e ancora.

Doris Lessing invece ha intitolato il suo discorso “Sul non vincere il premio Nobel” e ha narrato di scuole dello Zimbabwe senza libri, senza privilegi, luoghi dove non può nascere una letteratura perché manca tutto, manca il cibo, l’acqua, mancano le opportunità ed i pezzi di carta, le lavagne e i libri di pedagogia, ma dove la gente che non mangia da giorni chiede libri, cultura, speranza di affrancamento e dignitosa rivincita. È un tema che mi colpisce molto, quello della letteratura autoctona e post coloniale, dopo diversi corsi di letteratura all’università in cui ho preferito le cosiddette letterature dei paesi di lingua inglese (Australia e Sud Pacifico) al canone classico angloamericano, ma il discorso si farebbe troppo lungo e fuori tema rispetto a questo libro.

Se amate la letteratura vi piacerà, se amate la scrittura ancora di più: è un libro piccolo, 145 pagine appena, ed è un libro immenso.

I Nobel per la Letteratura si raccontano, Terre di Mezzo, 2012. Lo trovate sul sito dell’editore o su Amazon.

Quello in foto qui sotto è un brano dal discorso di Pamuk che mi ha lasciata senza fiato. 

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