Mia madre lo avrebbe ammazzato.

Il bello della gioventù è la sconsiderata leggerezza con cui si vive, pur senza esserne consapevoli. Lo capiamo dopo, quanto eravamo spensierati, dopo che problemi più grandi e dolori più silenziosi hanno spostato le prospettive ed allargato le inquadrature, ma finchè ci siamo dentro, a quegli anni strani, no, non lo sappiamo.

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Durante quegli anni strani se il tipo con cui dovevi uscire ti tirava il bidone tu sprofondavi in crisi esistenziali pazzesche, e se tua madre ti esortava a non piangerci su, perché sebbene non fosse possibile escludere che lo avessero rapito gli alieni o fosse improvvisamente morto, se nemmeno ti telefonava e non veniva a prenderti e basta era possibile e parecchio probabile che fosse, diciamo, un filino stronzo. Certo esisteva la remota chance che una congiuntura astrale avversa gli avesse impedito di venire, nonchè di inventare una scusa qualunque seguita dal #tichiamoio, ma diciamolo, la maggior parte delle volte no.

A me è successo, ovviamente, di prendere questi superbidoni. Me ne ricordo un paio: uno si chiamava credo Francesco, e mi chiamò sette minuti prima dell’orario per cui avevamo appuntamento per dirmi che no, andava al calcetto. Io, che non ero affatto pronta da mezz’ora e in trepida attesa da ventinove minuti e cinquanta secondi, reagii con compostezza ed aplomb, per poi passare le successive sei ore a piangere diluvi universali.

Antecedente a tale increscioso inconveniente, c’era stato uno con un nome che niente, se lo scrivo su capite subito chi è, credo (spero) sia l’unico nel Triveneto a chiamarsi così. Avevamo appuntamento per la sera di Pasqua della mia quindicesima primavera, lui aveva una Fiat Coupè grigio metallizzato, che ai tempi io ancora non la sapevo la cosa di vorrei ma non posso, e mi sarebbe tanto piaciuto che il mio primo appuntamento ufficiale fosse con uno che si chiamava così e aveva quella macchina lì. Invece, no, non era destino.

Anche lì, disperazione. E no, non lo avevano ammazzato (sì, é un indizio), e ne sono certa, perché anni dopo mi sono ritrovata a scrivere, fotocopiare e registrare il suo preliminare di acquisto di un appartamento, perchè io lavoravo da Tecnocasa e lui si sposava con una ragazza che conoscevo e a cui evidentemente non aveva dato buca.

Tutto questo allegro dispiegare di affari miei non è del tutto casuale, ma ha una specifica funzione logico narrativa, ovvero quella di introdurre una devastante consapevolezza, che solo la mia attuale condizione di genitrice mi ha permesso di ottenere. Nel senso che ora che i figli sono i miei, mi rendo dolorosamente conto di quanto mia madre, che allora mi sembrava distaccata, insensibile, quasi come se mi deridesse, ecco, solo adesso capisco che lei quella cosa l’aspettava ben più di me, e se avesse potuto avrebbe volentieri strozzato chiunque si permettesse di deludere le mie aspettative e speranze, chiunque mi ferisse, anche se non aveva altra scelta, come del resto non l’avremo io ed il padre dei miei figli, che lasciarli liberi di vivere e soffrire e imparare e rialzarsi in piedi da soli. Mia madre lo avrebbe ammazzato, Kenny.
(ora non ho nulla contro questo ragazzo, ma ecco, invecchiare serve anche a capire che non è il caso di uscire con uno che si chiama così, che non sarà colpa sua ma insomma, ecco, no).

L’insostenibile leggerezza dell’essere la scopriamo dopo, quando la leggerezza se ne è già volata via, quando non possiamo più permetterci il lusso di quei pomeriggi a piangere dentro i cuscini che allora volevamo morire e invece adesso ci fanno sorridere di nostalgia a pensare quanto era tutto facile quanto tutto era così difficile.

Adesso che so com’è la storia dei genitori, che sembra che non capiscano o non vedano o ti prendano un po’ in giro e invece sono lì che tremano all’idea che arriverà presto il giorno in cui il mondo ti deluderà e loro non potranno fare assolutamente niente, se non stare lì ad aspettare che passi, adesso capisco cos’era la leggerezza.

Adesso che è volata via, mentre ero girata un istante a guardare l’orizzonte.

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