E poi per la primavera ci vuole talento.

Tre ore di chiacchierata, due birre, cose che non sai neppure da dove escono, e soprattutto perchè. Però è un bene, che siano uscite, o almeno credo.

Il tempismo assoluto del piccolo, che sceglie di vomitarmi addosso l’unica sera in cui sembra che riesca davvero ad uscire, e per fortuna ancora non mi ero cambiata, perché è sempre così, con i figli, la regola aurea è di cambiarsi all’ultimo secondo altrimenti succede che poi devi rifarlo, alla faccia tua che per una volta una volevi arrivare puntuale e invece ti ritrovi comunque a girare come un’idiota col cellulare in mano a capire se intanto Amica è fuori o dentro e lei esce e dice sembri la pazza che sei e ha ragione ed entriamo e non parliamo di lavoro decidiamo subito prima di attaccare a parlare indefessamente di lavoro.

Musica troppo alta, troppo poca cioccolata e senza nemmeno un bicchiere d’acqua a pulirsi la bocca prima di passare al prossimo tipo, birra e lieviti a parte, un selfie se no magari non è successo, facce da liceo con parecchie rughe in più e ancor più illusioni in meno.

Alessitudine, un occhio a whatsapp perché il piccolo non vuole saperne di dormire, aspetta mezzanotte per appoggiare la testa sul mio cuore e crollare esausto ascoltando una nursery rhyme qualunque, un poco strascicata dalla birra. Poi il mattino dopo è cresciuto, in quel modo strano e insolente con cui i figli aspettano che tu guardi da un’altra parte per diventare all’improvviso più grandi.

Poesia per la festa del papà, i cartoni del mattino e quel pulmino preso sempre al volo perché c’era un’ultima cosa da fare, silenzio e di nuovo rumore bianco e insieme colorato, latte che cade e lenzuola da cambiare di nuovo.

Un libro di fisica che dice di come gli elettroni seguano traiettorie del tutto casuali, e che la materia cede calore e non acquista freddo solo per caso, perché con il caldo gli elettroni si muovono di più e allora pensi che siamo fatti di molecole che sono fatte di atomi e forse è per questo che quando inizia a scaldare siamo più inquieti, e anche che il destino in realtà non esiste ma è solo la maschera di tollerabilità di cui rivestiamo il caso.

Tra poco ritorno sui banchi di scuola, c’è un corso di filosofia e pittura, lo tiene il mio professore del liceo, però di sera, dentro una galleria d’arte. Torna in mente Spinoza, quantistico ante litteram, capite, è pazzesco, chissà se lo dice ancora, pazzesco, e spinozianamente e mutatis mutandis.

Filosofia e pittura, e poi a furia di guardare arte spiegata ai bambini dentro libri che piacciono agli adulti il grande all’improvviso ha iniziato a disegnare con i pastelli e non sono più cerchi e linee ma forme riconoscibili di ippopotami dalla bocca gigante e papà con i suoi occhi azzurri e la barba e i capelli. Pezzi di puzzle mescolati insieme, a caso come le traiettorie degli elettroni, e non sarà inutile perdere tutto questo tempo a farsi domande visto che tanto non siamo che somme di movimenti atomici infinitamente piccoli e immense distanze, curve spazio temporali con tanta accelerazione da diventare buchi neri dentro i quali forse sono sparite le altre metà delle coppie di calzini inutili.

La vita è quel che succede un giorno per caso mentre stai cercando di mettere in ordine i pezzi del puzzle, e non ci riesci finché non è troppo tardi perché abbia un senso. O forse neppure ci riesci, ma non importa, sono solo temporanei raggruppamenti di particelle, è tutto destinato al caso, non serve affannarsi a chiedersi dove stiamo andando, non è che bisogna sempre andare da qualche parte per forza, va bene anche se le cose non succedono, se un pezzo è rimasto sotto la libreria e lo troveremo tra mesi o anni oppure mai. Eppure pensare è inevitabile ed essenziale, dunque cogito ergo sum o magari anche poi cogito ergo rhum. O birra, con l’hashtag sbagliato che non sai se è birra io ti adoro o birraio ti adoro, dipenderà dalla birra o dagli accidenti di saccaromiceti che però non vanno su Instagram perché non sono mici.

E poi per la primavera ci vuole talento, ma neppure poi troppo se no diventi overdelivering e gli overdeliverer and workaholics non sono simpatici quasi a nessuno, però a me sì, e questo post non è piacione affatto.

(nobody expects the spanish inquisition, anyway, anymore)
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