Le consolazioni della filosofia, ovvero Alfonso, Martin ed io.

image“Le consolazioni della filosofia” è il titolo di un libro parecchio carino che ho voglia di rileggere, titolo che mi piaceva rubare anche per questo mio post in cui si parla, pensate un po’, di filosofia. 

Se ne parla nella misura in cui mi sono iscritta a questo corso, dal titolo Logica della pittura, che il mio professore del liceo (l’Alfonso del titolo, Cariolato) terrà nella “splendida cornice” della galleria d’arte Atipografia in quel di Arzignano, Vicenza, a partire da mercoledì 8 aprile. Alfonso Cariolato non è un professore, è un vero e proprio filosofo, ed averlo come insegnante in quarta e quinta liceo è stata un’esperienza fondamentale della mia, uhm, formazione, se così si può dire. Cariolato lo amavi E lo odiavi, perchè praticamente non facevamo altro che studiare storia e filosofia, c’era sempre l’ansia sconfinata per i suoi compiti e le sue interrogazioni, gente che saltava giorni di scuola o entrava  dopo per saltare compito della prima ora per avere tempo di studiare storia e filosofia. C’è da dire che a volte avevamo tre compiti in un giorno, e io ho sempre contato molto sul fattore Q, ma storia e filosofia le studiavo eccome. Con lui il problema era che essendo fondamentalmente molto bravo, in quanto profondamente appassionato alla sua materia, ogni volta che spiegava un nuovo filosofo o una nuova corrente di pensiero tutte noi trenta liceali ci ritrovavamo pienamente convinte di essere diventate improvvisamente seguaci di questa o quella corrente. In due anni io sono stata platonica (in più sensi, e non per mia scelta), spinoziana, nietszcheana ed heideggeriana. Epicurea lo sono divenuta dopo, ma questo è un altro problema.

Comunque, iniziare questo corso mi riempie di impaziente entusiasmo, anche in considerazione del fatto che uno dei miei sogni nel cassetto è proprio la seconda laurea, per non parlare della terza o quarta, nel senso che oscillo tra l’impulso di irscrivermi allo IUAV (soprattutto ora che alla specialistica insegna la mia amica Sabina di naanstudio), a scienze gastronomiche, ad una scuola professionale per chef e last but abso-fucking-lutely not least a filosofia, indirizzo estetico. Ho anche provato a seguire alcuni MOOC (Massive Open Online Courses, praticamente corsi di prestigiose università internazionali tenuti online, come su Coursera) ma non sono riuscita, distratta e distorlta cone sono dalle quotidiane contingenze, quindi questo corso, che mi impone di stare nella stessa stanza con altre persone, mettere in silenzioso il maledetto smartphone ed ignorare le notifiche, ma anche stare per due ore senza figli reclamanti la giusta attenzione, mi è sembrata un’occasione d’oro. Poi lo fa Cariolato, vojo dì, ecchevvoideppiudaavita.

Solo che la liceale che è in me trema all’idea del sorriso sornione con cui Cariolato dirà aaaah, Antoniazzi, e poi mi intrappolerà con una delle sue domande sul programma di quarta, e la cosa mi ha letteralmente costretta a decidermi a mantenere finalmente uno degl iinnumerevoli buoni propositi di settembre, ovvero quello di ricominciare a studiare.

Domenica sera quindi ho tirato fuori i miei libroni dall’armadio e mi sono accinta di buona lena all’esplorazione del capitolo intitolato “Che cosa comunica l’opera d’arte? la riflessione della filosofia contemporanea sull’opera estetica”. Ho preso una vecchia agenda del 2012 nel caso mi venisse voglia di prendere appunti, cosa che al liceo non era assolutamente ammissibile, perchè le agende vecchie non erano per niente filosofiche, gli appunti si prendevano sui quablock a quadretti scrivendo su ogni linea tutto fitto e quasi illeggibile, tanto  che poi a casa era ermeneutica applicata a decrittare cosa accidenti avessi scritto. Sta di fatto che in due ore di studio matto e disperatissimo, in cui marito mi ha chiesto più volte cosa stessi leggendo che mi faceva sorridere (come un’ebete, nda), ho riempito l’agenda praticamente fino a marzo.

Da Dessoir, che vede l’estetica (non quella di Clio Make Up, capre!) come “la descrizione degli atti soggettivi che danno forma agli oggetti artistici”, in merito ai quali si interroga sul “come” e non, metafisicamente, sul “perché” e che si distingue dalla critica, che invece ha un approccio valutativo,a Paul Valéry, che distingue tra estetica (intesa come sensazione del bello, ciò che provoca piacere) e poietica, ossia la disciplina che ha il compito di studiare il problema dell’invenzione e della composizione dell’opera d’arte, il volo verso Martin (Heidegger) è stato breve, senza dimenticare Bachtin (per cui l’opera d’arte supera le barriere del tempo e vive nel cosiddetto tempo grande, cioè ha una vita più intensa di quella storicamente connessa alla sua epoca), ma anche John Dewey, per cui l’arte, risultato dell’interazione tra uomo ed ambiente circostante, è intesa come esperienza e paradigma di una nuova comunicazione tra gli uomini e con il mondo) e Dino Formaggio, che dive che l’arte  gode di una autonomia estetica, una tensione vivente che è equilibrio di elementi diversi, ed è un quasi-soggetto, nel senso che comunica ad un corpo in grado di percepire la verità delle cose. Tra un brano di Paul Klee, pittore e grande teorico dell’arte, e la differenza tra le visioni alquanto complementari di Kant e Goethe,  che insieme costituiscono un’antitesi fondamentale nella nascita del pensiero tedesco, è arrivata mezzanotte in un attimo. Senza Facebook, senza Twitter, solo sui libri.

Dopo aver finito il capitolo sulla filosofia estetica moderna mi sono fiondata su Heidegger, il Martin del titolo, e ho ripassato tutto. Mi è tornato in mente di quando al mattino ci si confrontava sull’avanzamento dello studio per il prossimo compito, e allora dicevi “ieri ho fatto Heidegger”, e l’ho ridetto, ho fatto Heidegger.  Essere e Tempo, l’ermeneutica della fatticità ed il valore ontologico dell’opera d’arte in quanto è solo attraverso di essa che viene alla luce l’esser mezzo del mezzo (Zeug). Un sacco di parole tedesche, il Dasein (esserci) prima della svolta (Kehre) che poi diventa Wesen, la Geworfenheit, ovvero l’essere gettato nel mondo (e chi mai non si è sentito almeno una volta così, in preda all’angoscia), ma anche il fatto che ogni arte è poiesis (Ποίησις) e la centralità della poesia (nonchè l’importanza dell’etimologia) nel portare alla luce l’essere. Il linguaggio poetico diventa il luogo dove l’essere si disvela (il concetto è quello di Aletheia (ἀλήθεια) o verità svelata, dischiusa, ed il linguaggio come casa dell’essere. Io amo le parole tedesche, così densamente connotate, amo la poesia, impazzisco per l’etimologia, sono una filologa mancata, non posso non amare Martin.

Ieri sera non vedevo l’ora di ricominciare: ho “fatto” i romantici tedeschi, Schiller, Schelling, Schlegel, Schleiermacher, altro che scioglilingua, ma mi mancava. E’ stato come ritrovare degli amici, è stato meraviglioso. Ho scaricato questo libro di Walter Benjamin, voglio studiare Benedetto Croce, poi tornare sulla critica del giudizio di Kant.

Ho dato un occhio al sito dell’università di Padova, guardato il percorso di esami della laurea triennale ad indirizzo estetico. Mio cugino, uno dei due a cui ho fatto da baby sitter, studia filosofia, io ne sono orgogliosa e lo invidio pure. Suo fratello è alla Normale di Pisa, zia dice che forse è anche merito mio. Non è vero, ma sono orgogliosa da scoppiare di quei due, che erano piccolini e ora sono un metro e novanta e mi guardano chinando la testa.

Io ora all’università non ci posso tornare, ma posso studiare per conto mio. Sarò pazza (di sicuro) e anche noiosa, ma mi fa stare bene, quindi chissenefrega.  Poi, scusa, metti che Cariolato interroga, ora che sono adulta e ho figli miei, chi me la fa la giustificazione?

Ciao, ora però vado a leggere Elle, m’è arrivato l’ultimo numero oggi e mi ha bloccato la digestione con le gonne pantalone che tornano di moda, che mica solo massimi sistemi, qua.

 

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