Logica della pittura: ordine e caos.

Ci sono, tra le milioni di possibili categorizzazioni con le quali ci illudiamo di porre un minimo di ordine nel caos cosmico delle incombenze quotidiane, due tipi di cose: le cose che dovremmo fare e quelle che invece dobbiamo fare. Nel mio caso, per esempio, alle 22 di venerdì sera,dopo che finalmente (pare) i piccoli sono andati a letto, dovrei continuare un lavoro che sto facendo per una colaborazione appena iniziata, un lavoro al computer che richiede impegno, attenzione e parecchia precisione, ma soprattutto UN SACCO DI TEMPO.

Tempo che non ho, nella misura in cui per fare le cose per bene ci vuole una persona full time, ed io ho già sacrificato a questa collaborazione la quasi totalità del tempo che prima dedicavo alla lettura e al cazzeggio online, il che è un male per quanto riguarda la lettura e un bene, benissimo per il cazzeggio online, ma soprattutto non ho più tempo per SCRIVERE. E scrivere,per quanto questo blog conti poche, pochissime visite, per  quanto sia privo di linee editoriali e strategie eccetera, ecco, scrivere è una delle cose che io devo fare, in un modo o nell’altro, in un posto qualsiasi, nei ritagli di tempo.

Stasera, con gli occhi che bruciano troppo per mettermi a scontornare e abbinare codici a fotografie, con la testa che pulsa e tuona, con lo stomaco in subbuglio perchè anche se lo so che mi fa male ho mangiato una pizza margherita, ecco, stasera scrivo.

Mercoledì scorso, l’altro ieri insomma, finalmente è iniziata la serie di lezioni di logica della pittura di cui raccontavo qui. Ero talmente agitata ed emozionata per questa cosa di tornare a studiare filosofia con il mio professore del liceo che mi sono immedesimata pure troppo nella fase liceale, tanto che mi è uscito un brufolo gigante sul mento, per dire. Assieme all’impazienza di tornare ad ascoltare un ottimo insegnante di sterminata cultura c’era anche una sensazione di lieve ansia e preoccupazione in merito a come sarebbe stato ritrovare vent’anni dopo una figura tanto importante nella mia adolescenza, se si sarebbe dimostrato “umano, troppo umano”, discostandosi ovviamente e comprensibilmente dalla mia idealizzazione di ragazzina, deludendo profondamente la donna che sono diventata.

I miei amici di facebook sanno che non è andata così,visto il delirio da quasi groupie che mi sono concessa mercoledì sera dopo la fine della prima lezione.

Lui è umano, naturalmente, ma non troppo, e avendo più di quarant’anni ha molto probabimente la faccia che si merita, con una barba molto filosofica e abbastanza bianca, due trapani azzurri che ti scrutano quando ti parla, anche se in effetti non sembra gli interessi molto di nulla, un maglione a coste dal collo a ciambella, libri aperti ovunque. La voce è la stessa, come pure l’incessante movimento delle mani, mentre parla, e la voce che sale e scende proprio quando cita l’ennesimo illustre sconosciuto di cui diventa impresa ardua afferrare un’idea di possibile spelling, visto che è francese o babilonese antico o russo o alto tedesco e lui te la dice alla fine della frase con un tono bassissimo e quasi sfumando, e tu dici ma come cazzo si scrive, ma non lo interrompi, Cariolato, no.

Comunque si è seduto e ha cominciato a parlare di logica della pittura, esordendo con una presa di distanza dalla cosiddetta estetica tradizionale, di cui si è occupato a lungo, dice, ma che non lo interessa più, e cita il primo francese della serata:

“Ricordati che un dipinto – prima di essere un cavallo da battaglia, una donna nuda o un qualunque aneddoto – è essenzialmente una superficie piana ricoperta di colori assemblati in un certo ordine.”

Maurice Denis (“conoscete tutti Maurice Denis,” e tutti pensano no mai sentito, accidenti che ignorante sono, tipo io che ho googlato e ho trovato che è questo signore qui).

Il colore,quindi ricopre, protegge, occupa questa superficie, la abita, la sottopone a delle destinazioni: Cariolato menziona la teoria della conoscenza di Spinoza, collegando la pittura (e in generale l’estetica, da aisthesis, sensazioni) al primo stadio della conoscenza, quello legato all’esperienza e, in sintesi, alla passione, nel senso anche di passività del soggetto, che non controlla nulla e recepisce dati empirici in modo disordinato e casuale.

CIta anche Hegel, subito dopo, e scrivendo furiosamente sull’agenda mi ripeto che dovrò studiare parecchio, e sorrido;

L’arte, in quanto si occupa del vero come oggetto assoluto della coscienza, appartiene anch’essa alla sfera assoluta dello spirito, trovandosi perciò per il suo contenuto sul medesimo terreno della religione nel senso specifico del termine, e della filosofia. […] Data questa eguaglianza di contentuo, i tre regni, dello spirito assoluto si differenziano solo per le forme in cui essi portano a coscienza il loro oggetto, l’assoluto.

In tal senso, l’arte  è “un sapere immediato e proprio perciò sensibile”, e quindi l’esperienza estetica si caratterizza proprio per l’unione di forma sensibile ed intuizione del Vero (“un sapere nella forma e figura del sensibile ed oggettivo, in cui l’assoluto viene ad intuizione e sentimento”), mentre religione e filosofia sarebbero rispettivamente “la coscienza rappresentante” e “il libero pensiero dello spirito assoluto”.

Potrebbe citarne altri ventisette, di pensieri compiuti sull’estetica ed epistemiologia, o quarantacinque, ma il tempo non è molto, occorre rimanere sulla strada maestra ignorando le pur allettanti ed infinite deviazioni che ad ogni parola si aprono come frattali.

Se la pittura consiste nell’abitare la superficie, ovvero nel percepirla e possederla entrandoci dentro, è ancor più evidente la distinzione tra arte e scienza,nella misura in cui quest’ultima si stacca dall’oggetto per osservarlo e conoscerlo e dirlo, mentre l’arte lo realizza, insenso etimologico, lo fa diventare cosa, res. Emerge quindi un senso di libertà dalla schiavitù del fine, un profondo senso di liberazione, una potenza vitale che si sprigiona. lo ascolto parlare e mi torna in mente la citazione di Klee, che dichiara che gli artisti possono permettersi il pensiero che la creazione non èancora stata compiuta, che l’atto creativo è ancora possibile, insomma una specie divisione cosmogonica e demiurgica dell’azione artistica. Nel frattempo lui cita Merleau Ponty, ma non approfondisce, e forse mi sfugge qualcosa, inevitabilmente, ma non importa. Mi guardo intorno, siamo inuna galleria ricavata da una tipografia dismessa, ci sono opere ovunque, un faretto illumina uno sgabello con una bottiglia ed un bicchiere d’acqua, lui è seduto accanto, in penombra, si muove molto, scorre gli appunti, cambia ritmo, gesticola.

Devo scegliere tra ascoltare e prendere appunti. Libera dalla schiavitù del voto, ascolto, e inevitabilmente mi perdo frammenti lungo la via.

Torniamo alla superficie artistica, una superficie che è naturalmente bidimensionale, ovvero dotata di altezza e larghezza (e la larghezza è la dimensione propria del paesaggio), ma a cui si aggiunge però una terza dimensione, che è puramente illusoria, ed è la profondità: nella Repubblica Platone condanna l’arte proprio in quanto illusione, ovvero riproduzione ingannevole di un mondo altrettanto ingannevole, quello dentro la caverna.  Ecco che l’arte deve ricorrere ad una illusione, a qualcosa di non vero, per rappresentare il vero. Cariolato paragona la pittura ad una catastrofe, ma arricchendo la parola di connotazioni più numerose rispetto a quelle di uso comune, ovvero riferendosi alla catastrofe come capovolgimento, come rivoluzione, quella catastrofe che nella tragedia porta poi alla risoluzione). pi prosegue, cita Deleuze, “Francis Bacon. Logique de la sensationdi cui legge alcuni passi. Questo, che mi ha colpita molto:

«Il pittore ha molte cose nella testa, attorno a sé o nell’atelier.E tutto ciò che ha nella testa, o attorno a sé, è già nella tela, più o meno virtualmente, più o meno attualmente, prima che egli cominci il suo lavoro. Tutto ciò è presente sulla tela sotto forma di immagini, attuali o virtuali. Sicché il pittore non deve riempire una superficie bianca, semmai dovrebbe svuotare, sgomberare, ripulire»
(Sarebbe sbagliato anche pensare che gli elementi preliminari offrano all’artista un vasto repertorio di possibilità,di modo che la difficoltà, per lui, consista soltanto nello sceglierne una escludendo le altre. Non è questo ciò che intende dire Deleuze, secondo cui il pittore deve, in maniera assai più radicale, sforzarsi di bandire tutti i dati figurativi che gli si offrono al momento di iniziare il quadro, poiché essi non sono altro che immagini «già viste», ossia deplorevoli cliché.) (fonte:http://www.ladeleuziana.org/wp-content/uploads/2014/05/149-157-PDF.pdf.
Il tema della tela come superficie da abitare ma soprattutto da svuotare mi ha toccata paul-cezanne-stilleben-mit-flasche-und-apfelkorb-01603 molto da vicino, e non nel senso della pittura,bensì in quello della scrittura, nella misura in cui l’ansia da pagina bianca ha sempre avuto per me un forte sapore d isgomento davanti all’impossibilità di sospendere il pensiero, i ricordi, le impressioni per creare qualcosa di nuovo, per sfuggire dal clichè, ammesso e non concesso che sia possibile.
Tornando al senso di catastrofe imminente (e immanente, precedente all’atto pittorico stesso)  connaturata all’arte pittorica, Cariolato menziona i quadri di Cezanne, in precario equilibrio. e la pittura olandese di Vermeer descritta da Claudel, ma soprattutto cita Beckett (Disiecta) su Bram van Velde, e di nuovo mi ritrovo innamorata di una frase, questa:

Che dire di questi piani che scivolano, questi contorni che vibrano, questi corpi che sembrano tagliati nella bruma, questi equilibri che un niente deve spezzare, chebram-van-velde-untitled-3 si spezzano e riformano man mano che li si guarda? Come parlare di questi colori che respirano, che ansimano? Di questa stasi brulicante? Di questo mondo senza peso, senza forza, senza ombra?

Qui tutto si muove, nuota, fugge, torna, si disfa, si rifà. Tutto cessa incessantemente. Si direbbe l’insurrezione delle molecole, l’interno di una pietra un millesimo di secondo prima che si disintegri. La letteratura è proprio questo.

Io non so voi, ma io rimango senza fiato, a leggere che tutto cessa incessantemente.  E anche che

Non c’è pittura. Ci sono solo i quadri. Questi, non essendo salsicce, non sono né buoni, né cattivi. Tutto ciò che se ne può dire è che traducono, con perdite maggiori o minori, impulsi assurdi e misteriosi verso l’immagine, che sono più o meno adeguati in rapporto a oscure tensioni interne. […] D’altronde è un coefficente privo di interesse. Perché perdite e profitti si equivalgono nell’economia dell’arte, dove quanto è taciuto è la luce di quanto è detto, e ogni presenza un’assenza. Tutto ciò che saprete di un quadro è quanto vi piace (e, a rigore, perché, se questo vi interessa). Ma anche questo probabilmente non lo saprete mai, a meno che diventiate sordi e dimentichiate i vostri studi.

Con lui è così, ti perdi nel mare sterminato di citazioni e menzioni e riferimenti e rimandi, ti affascina con la sua conoscenza, ti arricchisce costringendoti senza alcuna pietà a confrontarti con la tua ignoranza, con la crescente consapevolezza di quanto ancora ti machi da imparare, di quanto salire sulla cima più alta non ti avvicini alla meta ma ti mostri solo più ampi ed inesplorati orizzonti.

La lezione volge a conclusione, sulla mia agenda parole in disordine quasi stenografate si accumulano, brevi note per ritrovare le citazioni online, più tardi, come il caos iridato di Cezanne, (leggete questo pezzo) o le memorie di un cieco di Derrida, per il quale, appunto, solo un cieco può dipingere. La pittura è un cominciamento del mondo, un’uscita dal caos verso il cosmos, un’uscita dal nero, dall’oscurità e profondità verso la luce ed il paul-cezanne-stilleben-mit-flasche-und-apfelkorb-01603colore, e la lezione finisce in un silenzio denso e attonito: a molti sono sfuggiti i rifermenti, non avevano in mente i quadri, gli affreschi, chiedono riferimenti bibliografici e  iconografici. Lui nicchia, dice cercateli, prevedibilmente, rinunciate a trovare tutto comodo, ma anche ad avere per forza l’immagine davanti, siamo oberati di immagini, è vero.

Poche le domande.  Una è mia, sul problema del tempo nella pittura e nella fotografia,ne parleremo la prossima volta.

Fuori, la notte è molto fredda, quasi non sembra aprile. Io continuo a pensare alla mia domanda, trovo una risposta, non giusta, nè sbagliata, e mi viene da sorridere pensando a quando gli facevo domande a 18 anni e non mi diceva mai se fosse giusto o sbagliato, mi dava fastidio, a quell’età non è facile accettare che il mondo sia com’è ed il suo contrario. A quell’epoca google non era quello che è adesso, e non avevo l’intero scibile umano a portata di sfioro nel palmo della mano, mi chiedo chissà quanto mi sia sfuggito allora.  Due mattine dopo, correndo lungo il fiume, riordino i pensieri, gli appunti mentali, le idee, mi chiedose scrivere un post come questo, che a molto risulterà un pippone noiosissimo, ma a me serve, perchè mi rende felice.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...