I compleanni prima che ci fosse Facebook.

I compleanni prima che ci fosse Facebook sono come i telefoni vintage con il disco, ma anche quelli bianchi di quando la Sip ha iniziato a chiamarsi Telecom, abbiamo cominciato a percepirne il fascino non appena sono spariti quasi completamente dalla circolazione.

Era il tempo dei calendari con di fianco il nome di chi compiva gli anni, l’iniziale del cognome, il giorno dopo magari una scadenza o la revisione, tanto che a volte per un soffio non portavi l’auto alla zia Clotilde, (che aveva ancora il telefono a disco grigio con il numeretto tutto sbiadito sotto la plastica giallastra) e telefonavi al meccanico urlandogli a gran voce gli A-U-G-U-R-I per i suoi 98 anni portati benissimo, che parevano al massimo 82.

Oppure, per noi millennials, nella smemo, con abbondanza di cuoricini e di “y”, perché bisognava abbreviare tutto, comply Maddy, Ely, Sery, Mery, Ery. Anche complex andava forte, poi per l’amica amica facevi solo un cuore intorno alla data, che era offensivo scriverlo, come se potessi anche solo pensare di dimenticarlo, cosa inconcepibile almeno quanto l’idea di non celebrare graficamente la venuta al mondo della zoccola della migliore tra le tue peggiori nemiche. (Tutte invidiose, dicevano le madri, chissà poi di cosa, si chiedevano le figlie.)

All’amica mandavi un essemmess di auguri a mezzanotte e un minuto della sera prima, compravi un cuore di plastica o una roba di Mordillo o Sanrio, un peluche, una trousse Deborah, una maglietta Gas se c’erano i saldi, una borsetta Camomilla, a volte un CD, e bón, fine.

Ora, no.

I compleanni, nell’era di Facebook non si copiano più di anno in anno, togliendo quelli di amicizie eterne fino al mese prima. Adesso ci sono le notifiche di Facebook. Sono comode, eh, parecchio, le notifiche, sempre che tu non ne riceva una quantità totale talmente cospicua che alla fine non ci presti più attenzione, e finisce che ti dimentichi il compleanno di quei quattro gatti di cui davvero davvero ti frega, tanto è illusoria la tranquillità fasulla del proliferare indomito di notifiche assillanti.

Non avere almeno 5 facebookcompleanni a settimana è un indice di (scarsa) popolarità ben più rivelatorio dell’ingannevolmente oggettivo punteggio Klout, ma mai quanto il numero medio di like dei vostri selfie più riusciti e soprattutto della quantità di post di auguri che ricevete sulla vostra bacheca il giorno in cui il compleanno è il vostro.

“Settantasettevoltesette amici hanno augurato buon compleanno a Tizia”: capite che una notizia del genere tra un post di Libero che sembra di Lercio, uno dell’Huffington rilanciato da Ah ma non è Lercio, sette gufi e tre diete detox, un attimo di esame della coscienza te lo impone, non vorrai mica essere tu l’unica pezzente che manco un post di auguri in bacheca a Caio, con cui sei amica perchè è amico di un amico dell’ex della tua ex amica e una volta ha messo like a una cosa che hai scritto? Non ti costa niente, non devi mica salutarlo se lo incontri per strada, scherzi? Basta un bel “…augurissimi!!!”, con TRE puntini di sospensione (che fa interessante e vago quanto basta) e punti esclamativi in quantità inversamente proporzionale alla sincerità dell’augurio stesso, ed è fatta.

Con quelli e quelle con cui vuoi darti un tono, distinguerti dalla massa, azzardi il messaggio privato, che impone una risposta, e allora dillo che sei Nanni Moretti e facciamola finita.

Se è vero che ai messaggi privati bisogna rispondere per forza, anche solo con un grazie (punti esclamativi calcolati come sopra), soprattutto ora che è diventato impossibile fare gli gnorri e professare a gran voce di non aver mai ricevuto nulla (essemmess, che nostalgia canaglia) con il concreto rischio di trovarsi invischiati in paludose conversazioni monosillabiche da un lato e prolisse dall’altro, è altrettanto tristemente vero che i messaggi pubblici hanno il potere di gettare anche il più cinico degli stoici in un abisso di laceranti dubbi esistenziali.

Rispondere a ciascuno dei 73363673832826 post è spesso impossibile dal punto di vista spaziotemporale, a prescindere dall’esistenza di una vita sociale reale oltre Facebook, ma c’è chi ne fa un imperativo categorico e non dorme una settimana per rispondere ad ogni singolo augurio, il che è nobilmente folle, oltre certi numeri, ma comunque ammirevole.

Il minimo sindacale è il “mi piace” ad ogni nuovo augurio, come dire ho visto, grazie, con qualche sporadica risposta a quelli che proprio vedi che si sono impegnati, o che ti hanno strappato un sorriso, o che non li vedevi dal terzo anno di asilo con Suor Daniela o dalla vacanza studio a Brighton nel ’95.

Il problema è che alcuni degli altri, si offendono, io ho perso amici per questo, sappiatelo. Perché agli altri il commento e a me solo like, che ti ho fatto, eccetera. Tremendo, un’onta imperdonabile.

L’alternativa, per fortuna, c’è, ed è quella un po’ paracula del ringraziamento collettivo, il classico post che sistema tutti e pace all’anima loro, democratico e piatto come un palazzo sovietico, ma fa il suo sporco lavoro. Alcuni si sentono talmente virtuosi per averti fatto gli auguri che ti likano il ringraziamento collettivo, sanno bene che non puoi dirlo, per ovvi motivi, ma che quando lo hai scritto pensavi proprio a loro, quindi ti mettono like. Li adoro, sul serio.

Poi, però, e c’è sempre un però, la cosa sfugge di mano, a volte, ed è lì che volevo arrivare, amici ed amiche, proprio lì.

Perchè ne abbiamo tutti almeno una decina di amici così, ma non possiamo farci nulla. Non dite loro la tremenda verità, vi prego, quella cosa dell’ambasciator che non porta pena è una stronzata pazzesca, e loro vi odieranno per il resto dei vostri giorni.

Loro sono ovunque, sono in mezzo a noi, sono come noi. Quasi. Loro sono quelli che si commuovono, che si sdilinquiscono, quelli che davvero a momenti scoppiano in pianti disperati che neanche quando Maria apre la busta, tanto sono basiti dalla trabordante quantità di amore e gioia che percepiscono sgorgare a fiotti dai cuori di tutti coloro che hanno invaso la loro bacheca di auguri.

Non dite loro che uno studio americano ha appena confermato che senza le notifiche di Facebook il 97,67% dei carissimi amici che li fanno sentire amati e desiderati non se li filerebbe di pezza, come del resto fa già nei restanti 364 giorni l’anno. Non diteglielo. Non lo meritano. Sono felici un solo giorno all’anno, si sentono amati solo quel giorno li, ESISTONO solo in quelle 24 ore, non diteglielo, vi prego, a quelli che “lagrimano come dei salici piangenti per questa cosa commovente dei mille auguri di compleanno” che ehm, non è amore, affetto, amicizia, ma una notifica.

Ecco, che cosa mi manca dei compleanni prima che ci fosse Facebook: i telefoni bianchi della Telecom con il filo nero a molla, le smemo coi compleanni scritti a penna, e gli auguri di compleanno quelli veri, quando l’amore non era un calesse e l’affetto non era una notifica su Facebook.

Photo source

Annunci

3 thoughts on “I compleanni prima che ci fosse Facebook.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...