Collaborazione: i mezzi, il fine.

Non è come sembra, Nicolò Machiavelli non c’entra.

Per un side project che sto seguendo come occasional creative consultant (figo, no? Quasi quasi lo metto su LinkedIn) accedo spesso a Redbooth, una piattaforma di collaborazione online che ho scoperto di recente e che mi piace molto.

Non è la prima che uso: ai tempi del mio vecchio lavoro (marketing) usavamo Zimbra, che non mi faceva impazzire, ma era opensource e comunque sono passati cinque anni, un’eternità per i software, quindi forse ora è molto meglio.

Redbooth mi piace, l’app Android funziona abbastanza bene e si integra perfettamente con Zoom, per chiamate e conference call, puoi caricare allegati, decidere chi vede cosa, e liberarti del tremendo fastidio di quelle mail collettive a cui tutti rispondono e non sai mai se devi leggere perché magari c’è qualcosa di importante, cosa che di solito si verifica solo alla 6374784366 mail, che, stremato, decidi di cestinare e basta, invece era la prima che ti riguardasse. Con Redbooth non succede, vai lì, segui tutto, niente milioni di email da rintracciare, è tutto li, e se sei smart con i titoli e le conversazioni non perdi mai tempo a cercare roba.

Però… C’è un però.

A volte questi meravigliosi software di collaborazione online offrono interessanti prospettive sul modo di ragionare e lavorare dei nostri colleghi, nonché, ovviamente, offre loro uno sguardo sul nostro, di modo. E qualche volta, ma solo qualche volta, può accadere che qualcuno ci si faccia prendere la mano e perda molto più tempo ad annotare, segnare, taggare e programmare le cose su uno di questi software di quello che invece impiegherebbe A FARLE E BASTA.

Non so se avete presente il tipo: io sì, sono i classici che prima di questo tipo di software avevano i loro bellissimi fogli excel tutti ordinati, con evidenziati in vari colori i compiti degli altri. Oh, io non ce l’ho affatto con chi usa i fogli di calcolo per organizzarsi e organizzare il lavoro.

Io ce l’ho con quelli che lo usano per mettertelo in quel posto, con quelli che sanno, sapevano, sapranno sempre chi doveva fare cosa e come e quando. Gli impiegatucci, pavidi e pallidi esecutori di consegne, quelli che fanno sempre ciò che deve essere fatto e mai nulla in più, quelli che quando lo fai tu non te lo perdonano e sventolano le caselline rosse dei loro grafici in cui tu non funzioni, quelli che non capiscono perché non fanno strada, quelli che non sbagliano perché non rischiano.

Quelli lì amano i software di collaborazione, li adorano.

Amano assegnare i task e le scadenze, ogni notifica li esalta, li soddisfa, li realizza. Il software per loro non è un mezzo, ma è il FINE SUPREMO, loro fanno un diagramma di GANTT anche per andare in bagno, prendono nota di chi ci va e quanto resta, media ponderata, statistiche stagionali e nel biennio mobile.

Ho in mente un paio di nomi e cognomi, di due come quella gente lì, ma per ovvi motivi non li farò qui. Loro non li leggebbero comunque, sarebbero troppo impegnati ad assegnare task e colorare caselle di excel per sprecare tempo su un blog. A Hogwarts sarebbero senza indugio dei Serpeverde, sapete. Ma proprio sparati, senza neanche indossare il cappello.

Ma torniamo ai software di collaborazione.

Mi piace la sociologia spicciola offerta da questi applicativi online, mi piace quello che involontariamente mostriamo lavorando e leggiamo osservando come gli altri lavorano: è qualcosa di diverso dai social come Facebook, che sono comunque parecchio interessanti, soprattutto dal punto di vista di ciò che traspare nostro malgrado, e mi interessa tantissimo. Emerge l’atteggiamento che abbiamo, si nota la vera ( o falsa) attitudine alla collaborazione, traspaiono esibizionismi e insicurezze.

L’importante, su queste piattaforme,  non è più tanto il fare, l’importante è scriverlo sul progetto. Se no, è chiaro che non hai un atteggiamento costruttivo, e te lo dicono con il tono rattristato e sconvolto insieme di chi, a differenza tua, con ogni evidenza è consapevole di quanto deleteria sia la tua wrong attitude verso il project, nonostante tu sia skilled e smart, non sei focused (parlano così), e tutto assume gravità immense e pesanti, come un’operazione chirurgica a cuore aperto in cui se ci scappa il morto è colpa tua.

Tra parentesi mi viene in mente ora che poche operazioni sono d’equipe come quelle chirurgiche: ve lo immaginate, come sarebbe, a gestirle con uno di questi software bellissimi e utilissimi?

Io sì.

Che fatica, distinguere i mezzi dal fine, con tutta questa tecnologia.


NB nessuno di quelli con cui collaboro ora su Redbooth corrisponde alla descrizione qui sopra, e non lo dico perché leggono, visto che quasi nessuno di loro parla italiano. Mi è solo venuto in mente come sarebbe stato comodo averlo qualche anno fa, e di conseguenza certe persone cosa avrebbero fatto
.

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