Da troll a viral in un pomeriggio: Stefano Bonaventura, l’idrogeno, l’ossigeno e le bottiglie di plastica.

Quando un troll diventa improvvisamente viral una fatina muore, e una schiera di socialmediacosi schiatta di invidia

Stefano Bonaventura e l’acqua fatta in casa è il caso social che oggi ha impazzato su Facebook: ecco chi è e cosa fa.

Oggi pomeriggio nel giro di poche ore il signor Bonaventura (si chiama davvero così!) di Torino ha “rotto l’Internet” che neppure Kim Kardashian con il calice sul fondoschiena. Lo ha fatto grazie ad un commento sardonico e (auto)ironico da lui lasciato qualche settimana fa ad un post in un gruppo di cucina ecobioeccetera,

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Dal poco che conosco Stefano e da quello che mi ha raccontato qualche settimana fa quando ho letto per la prima volta di questo suo commento, posso tranquillamente garantire che non è un caso di cattiveria, bombardamento della croce rossa, accanimento sui minus habens. So per certo che in privato ha garbatamente spiegato all’altra persona come si trattasse di uno scherzo, e che non si permetterebbe mai di insistere e prendersi gioco con sprezzante cattiveria di quella che per amor di eufemismo definiremo ingenuità dell’interlocutore. Lui stesso è vegano, pacifista, un buono. Però la sua disgrazia (si fa per dire) è che è un buono intelligente, dotato di uno spiccato senso ironico, uno di quelli che hanno il senso del tono e la risposta pronta, quelli che sanno sorridere degli estremismi, che non credono ai fondamentalisti, quelli che invece di cambiare il mondo insegnando agli altri come dovrebbero vivere si limitano a cercare di vivere la propria vita rispettando le convinzioni proprie e gli attributi altrui.

Oggi per qualche strano, imprevedibile fenomeno, lo screenshot di questo commento ha iniziato a rimbalzare ovunque; Bonaventura si è ritrovato assalito da innumerevoli richieste di amicizia, insomma, è diventato una star. In modo inatteso e anche non desiderato, soprattutto data la sua estrema attenzione a mantenere una certa coerenza di fondo tra il suo profilo personale e quello aziendale, di cui sto per parlarvi.

Ora, c’è una cosa che io vorrei fare e dire in proposito. Lui non lo farà, perché ha un senso etico troppo alto, perché non è un troll abituale, perché la cosa gli è scoppiata in mano inaspettatamente, perchè è una brava persona e non si sognerebbe mai di approfittare di questo momento di visibilità per scopi personali, soprattutto in considerazione del fatto che la battuta ha questo successo anche grazie all’ingenuità dell’interlocutore (o interlocutrice), quindi lo farò io.

Il signor Bonaventura – mi piace troppo chiamarlo così per resistere alla tentazione – è il socio fondatore e fondante di una startup che si chiama Quagga, come le zebre sudafricane, e che come payoff ha un invito, tanto pacato quanto attuale: “vesti responsabilmente”.

Per me, cresciuta in mezzo alle concerie del polo arzignanese, non è un problema etico indossare capi, scarpe, borse e accessori in pelle. Per lui e per molte altre persone, vegetariane, vegane o comunque responsabili e più attente di me ai temi di ecologia e sostenibilità, scegliere di indossare capi prodotti interamente con fibre riciclate (bottiglie di PET) secondo logiche di rispetto per le persone, per le loro condizioni di lavoro e per l’ambiente è molto importante.

Molti grandi marchi si stanno “svegliando” ora, con le capsule collection, perché l’eco sostenibile “tira” e “va di moda”, dove il confine tra sostanza e fuffa è molto nebbioso e vago, ma da Quagga lo fanno dal 2010, per convinzione, con passione, attraverso crowfunding, insomma fanno parecchia fatica, ma ci credono molto. Ci crede Stefano in un modo molto concreto, realista, oggettivo.

Non è uno di quei moralizzatori che ti ammorbano con la scelta etica di comprare la macchina ibrida e passano le vacanze sullo yacht privato di amici di famiglia. Non ti condanna per assassinio se consumi uova, mozzarella, prosciutto: rispetta gli esseri umani quanto gli animali, e sa sorridere di tutti, in primis di sé stesso.

I capi Quagga li disegna lui: ho visto dei piumini molto interessanti, con uno speciale inserto davanti per portare i bambini, e sto aspettando l’imminente arrivo (un po’ in ritardo, che i fondi non sono tanti, c’è poco marketing e tanta etica, poca fuffa e tanta fatica dietro Quagga) della collezione estiva. Ci saranno polo, t-shirt, felpe e saranno belle.

Ma non belle perché sai di fare una cosa buona e allora le metti, sapete, tipo le magliette di certe onlus che si mettono solo le professoresse democratiche impegnate, che tanto sono difficilmente peggiorabili, quindi tanto vale.

Quagga fa capi etici, riciclati e belli del tipo che ci fai aperitivo in città all’ora dello struscio. Un raro caso di ecofashion in cui non si sono concentrati solo sull’eco ma si sono ricordati anche del fashion.

Lui non sfrutterà la visibilità datagli da questa battuta per il suo lavoro: altri, al suo posto, con il delirio che gli ha invaso la bacheca oggi, sarebbero partiti per la tangente in un delirio di auto promozione ed egoriferitismo sfrenato. Lui non lo ha fatto per questo, e gli secca anche parecchio capire che ad alcuni possa sorgere il ragionevole dubbio che sotto sotto, in fondo in fondo… Ma ha semplicemente piazzato una battuta riuscita, senza premeditazione, nè cattiveria. È diventato viral suo malgrado, per i motivi “sbagliati” e non vuole cogliere l’occasione, “sporcare” Quagga.

Non la fa, l’acqua in casa, il signor Bonaventura. Però crede in un progetto e si danna per la sua idea, la sua azienda, la sua etica. E lo fa bene.

Mi dispiaceva che, per una volta che dietro quello che sembra un troll non si nasconde un idiota fannullone, invidioso, represso o passivo-aggressivo, nessuno sapesse che non solo Stefano Bonaventura non è un troll, ma è anche e soprattutto questa cosa qui.

Ecco perché ho scritto questo post.

Disclaimer: mala tempora currunt, tanto che il fatto di stare scrivendo sul mio blog personale di un brand mi induce a sentire la necessità di chiarire che questa non è una marketta, non ricevo nulla in cambio e comprerò le magliette Quagga perché mi piacciono, perché è un bel progetto, perché è fatto bene.

Perchè spero davvero che vada come nelle vignette del Corriere, e arrivi qualcuno a consegnare un milione ad un eroe gentile che vuole produrre in Italia, pagare la gente il giusto e rispettare l’ambiente.

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