#qualunquecosasignifichiamore è nel nuovo romanzo di Guia Soncini.

La prima recensione del nuovo romanzo di Guia Soncini l’ha scritta lei, su Marie Claire, e l’ha twittata, sempre lei, lamentandosi perché il sommario l’ha scritto qualcuno che non ha finito le elementari e insieme dichiarando che voleva che fosse una brava la prima a scriverne, ovvero “di me, di me, si parla si me”, dove “me” é ovviamente sempre lei. Ce ne sono altre,  c’é un’intervista su Studio firmata da Mattia Cazzaniga, c’é una recensione della Aspesi e c’é la definizione di Jovanotti citata nei ringraziamenti finali del libro, il quale Lorenzo Cherubini pare abbia detto trattarsi di “una bella storia di gente di merda”, ed effettivamente lo è, una bella storia. Se la gente che c’é dentro sia di merda o no, quella é un’altra storia, perché Vanni, Elsa e Fanny siamo noi, e ci dà sui nervi il fatto che a darci sui nervi sia gente come noi, o come aspiriamo a essere noi senza sapere che in parte lo siamo già, e non é la parte migliore.

La storia si svolge dentro una sera solamente, perché per risolvere la crisi autorale del cinema italiano Soncini ha pensato di fargli trovare la sceneggiatura già pronta, tanto comunque riescono a sbagliare di sicuro qualcosa. Vanni compie cinquant’anni, gli ultimi venti dei quali passati a cercare di nascondere a tutti di non essere milanese autentico.
La moglie, Elsa, che invece milanese lo é, é autrice di un programma televisivo la cui conduttrice é la pedante, pesante amante (quante ante, è n’armadio) ufficiale di lui, Fanny Montestrutto, figlia di palazzinari romani ripulita e spolverata ma ancora oppressa dalle virgolette con le mani nonostante tutti quei libri giusti con le finte dediche di un inesistente padre colto. I mariti delle altre non li volevano, in realtà, le amanti, e li rispedivano a casa con la coda tra le gambe e l’orgoglio due metri sotto terra, mentre Fanny lo vorrebbe eccome, e non bastano due psicanalisti e l’evidenza dei fatti a dirle che quei due, accidenti,  si amano eccome, anche se la loro vita sta andando a rotoli in diretta TV nel loro salotto per bene e loro capiscono di aver passato tutta la vita a proteggere i segreti sbagliati. 

Io questo libro l’ho comprato perché lo ha scritto Guia Soncini,  che tra gli antipatici di Twitter é di gran lunga quella che più mi sta simpatica, ma soprattutto per quello che ha scritto lei su di sè nell’articolo su Marie Claire e che poi é quello che neanche sapevo di aver pensato io, perché il bello di leggere cose intelligenti anche se mascherate da frivolezze é che subito dopo non sai se lo hai pensato tu e loro lo hanno semplicemente ripreso con le parole giuste oppure se ti ci ritrovi così tanto che ti illudi di essere stata tanto intelligente da (di solito la prima, comunque), e parlo di quando cita “la Ephron di Affari di cuore: se la racconti tu, la racconti come vuoi tu; se la racconti tu, rideranno perché l’hai voluto tu; se la racconti tu, fa meno male.” E cioè che quando a un certo punto smetti di vergognarti e la racconti, allora hai il pezzo, la storia, il blog, e non ti importa più né della Fanta né della Vespa, perché everything is copy, dear”.

“Qualunque cosa significhi amore” è la barretta di cioccolato che tieni in alto nella busta della spesa per iniziare a mangiartela già per strada, pensando che ce la farai ad assaggiarne solo un quadratino e ritrovandoti ancora in piedi all’una con gli occhi che bruciano e l’ultimo duepercento di batteria, trentacinque foto di pagine che ti piacciono che poi da pagina trentasei hai deciso che magari intanto lo leggi poi ci tornerai su di nuovo a salvarti i pezzi ma almeno lo hai finito e dentro c’é tutto quello per cui lo hai comprato e quanto é buona questa cioccolata, Soncini.

Ci sono le parole composte tedesche e le professoresse democratiche, c’é la De Filippi e c’é la Rai, c’é la mania di controllare lo share, c’é parecchia Fremdschämen e la gente che passa il tempo a lagnarsi contro il mondo ingiusto che non riconosce il vero talento invece di mettersi a fare qualcosa, ci sono le scale da lavare e c’é la stessa Guia Soncini del Twitter, quella che lotta per la sintassi e la punteggiatura tentando invano di proteggere il mondo dai letteralisti, da quelli che ti spiegano le tue battute o ti chiocciolano per dirti quanto ti ignorano. Su Twitter la bio  de @lasoncini é quella citazione di Tina Brown quando un mese prima di chiudere il Newsweek disse dei giornalisti inglesi in America che mai maggior talento era stato impiegato per scopi tanto vacui, tra i quali immagino sia la dose quotidiana di schiantati da smistare.

Ci vuole talento per essere cosi simpatici facendo gli antipatici, così sottilmente crudeli e spietati verso tutti, e lei ce l’ha. Scrive in un modo che a me piace moltissimo, frasi lunghe e complicate in cui devi concentrarti per non perdere il filo della principale dopo tre righe di subordinate, e tanti di quei riferimenti che li capiscono in tre, non ho mai googlato così tanto e spesso non é abbastanza, ho scoperto Louis CK e Maureen O’connor,  il Nymag e parecchio altro. A me piace, la Soncini.

É un libro sulla sinistra che odia la sinistra, é un romanzo scritto (assai godibilmente) da una che fa quello che ognuno di noi sogna più o meno consapevolmente di fare per pagarsi l’insalata da Eataly, e cioè essere pagati per avere opinioni e scriverle, che é quel che ha risposto a qualcuno che tentava di includerla nel “voi imbecilli” di Eco.Da quando la pagano per pubblicare pezzi suoi un po’ ovunque, tra l’altro, ha avuto l’impudenza di osare smettere di scrivere gratis nel suo blog (incredibile, ma come si permette, io dico) e glielo si perdona solo perché poi scrive libri come questo, che se non si fosse percepito ha un solo difetto, ovvero che puoi leggerlo per la prima volta una volta soltanto, ma me ne farò una ragione. Fatelo anche voi.

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