Creme abbronzanti e principi attivi giapponesi.

Ora, fedele alla regola non scritta per cui anche se hai quindici e-book nuovi  da leggere e due bambini che il tempo di sederti con un libro te lo lasciano tra mezzanotte e mezzanotte e un quarto, al mare cascasse il mondo si DEVONO comprare delle riviste leggere. Rotocalchi femminili, gossip, moda. Di solito fanno i pacchi convenienza in cui due diverse riviste della stessa casa editrice escono cellofanate insieme a un gradito omaggio (lo decidono sempre loro, che è gradito, a prescindere) a un prezzo più basso di ciascuna delle singole testate.

Oggi con Grazia e TuStyle a soli €1,50 c’è questo tubetto di crema solare: è abbastanza grande, poco meno di uno di quelli che compri, non il solito campioncino mignon, quindi era un peccato non approfittare della vantaggiosissima offerta.

Sotto l’ombrellone, scartando il cellophane, mi viene da condividere con voi, compagni di discussione sui massimi sistemi, due interrogativi esistenziali. Uno, ma l’efficacia anti UVA è inversamente proporzionale alla pronunciabilitá degli olii contenuti? Due, ma perché mai, visto che nei solari c’è così tanta roba di evidente origine nipponica, io non ho mai visto un giapponese abbronzato che sia mezzo?

Scopriremo le risposte, o forse solo nuove, inquietanti domande, nella prossima puntata di Mistero.

In viaggio di nozze siamo stati alle Maldive, meta abbastanza frequentata dai giapponesi. Quelli del nostro villaggio-isola erano tutti nelle water villas, quelle che di solito stanno nelle foto delle tovagliette di carta del bar dove andavo qualche volta in pausa pranzo, tanto che tornare in ufficio dopo aver mangiato sopra quelle foto era da depressione clinica.

I giapponesi, comunque, uscivano dalle loro water villas completamente vestiti, indossando la muta da sub con tanto di boccaglio E PINNE già in camera.

Non solo ci camminavano sulla passerella di legno, ma anche sulla spiaggia, dove entravano nell’Oceano indiano camminando IN AVANTI, che con su le pinne è affare parecchio complesso. Due di loro cercarono perfino di salire le scalette che dall’acqua andavano al bar, sempre con su le pinne. L’istruttore di sub, che era italiano, la capo villaggio e noi li osservavamo allibiti dalla spiaggia, ci misero venti minuti a salire sette gradini e si sedettero ai divanetti tenendo le pinne e il boccaglio fino a un secondo prima di bere.

Quando non avevano su la muta, li vedevi partire insieme, lui davanti, con le braccia alzate a reggere due angoli dell’asciugamano, lei dietro, piegata, a ripararcisi dal sole, correndo come dannati per stare meno tempo possibile al sole.

A parte il fatto che io non avrei scelto le Maldive, visto il terrore quasi vampiresco che sembravano provare nei confronti del sole, mi viene da sospettare che evidentemente i solari siano solo da esportazione.

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