Il bisogno di ferie e il sapore buono del lunedì dopo.

Dice che latito.
Ed è vero, latito.

Sono giornate densamente rarefatte, di quelle in cui fai così tante cose per riuscire a fare in modo che giunga la sera senza impazzire perché non c’è nulla da fare che quando finalmente dormono e tu dovresti e vorresti e potresti scrivere semplicemente non lo fai. Caldo afoso e umido dai nomi improbabili, sabbia bollente e giochi che bruciano la pelle dei bambini, creme già dimenticate dopo i primi scrupolosi giorni, capelli biondissimissimi e segno del costume così netto che a momenti neppure mi accorgo che il pannolino ce l’ho ancora in mano, tanto è bianco quel suo sederino. Tuffi e salti nella piscina, palette e secchiello e gelati di plastica color pastello, il richiamo insidioso della sala giochi e tutti quei punti da infilare nella macchinetta perché a settembre sceglieremo un bellissimo premio tesoro ma ora basta videogiochi e non se ne parla di un altro gelato ma mamma ti prego e urla in mezzo alla strada e poi non voglio andare a dormire non voglio mangiare non voglio nuotare ma mamma mi annoio e ho fame anzi no oppure sì ho cambiato idea.

Bambini nervosi e sabbia ovunque, pelle arrossata che di sera pare divenuta all’improvviso troppo stretta e la senti che tira e prude e allora la crema.

Non si scrive in vacanza con i bambini e nemmeno si legge, si osserva con un occhio la vicina di ombrellone con il pancione mentre con l’altro le pesti che si litigano il medesimo gioco comprato in duplice copia inutilmente, e si trattiene il malefico ghigno della madre cinica che pensa eh sì, goditela pure mia cara l’ultima estate con gli Adelphi e Vanity Fair e il telino minimal che fa un po’ sinistra ma non poi così tanto, che l’anno prossimo anche tu con il borsone, e quello dopo il borsone e la borsa dei giochi e i gonfiabili e le urla e la sabbia e le baruffe chiozzotte.

Magari no, magari il suo è buono. Magari a lei non succede come a noi, che tornando finalmente a casa dopo cinque giorni (per lui) e due settimane (per noi) di mare appena intravisto che in piscina da noi si sta meglio ed è più pulito e la gente non ti fuma addosso, ecco, magari a loro non succederà di guardarsi negli occhi un istante dopo aver parcheggiato sotto casa casa e con ancora due figli e tutta la roba da portare su (quanta cazzo di roba siamo riusciti a sporcare pur vivendo in costume da bagno), e sospirare all’unisono al ritorno dal mare che ‘abbiamo bisogno di ferie’.

Le faremo a settembre, in ufficio, respireremo profondamente e per qualche giorno ci sembrerà di voler del bene anche al cliente più stronzo, saremo comprensivi e tolleranti con il peggiore tra i fornitori, assaporeremo con gusto l’aroma chimico del caffè della macchinetta, pensando ah che meraviglia, ritrovare i ritmi. Durerà poco, appena il tempo di cominciare ad aspettare il prossimo ponte per sentire di nuovo quanto sa di buono certe volte il lunedì dopo.

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