Mammitudo 5.

Il piccolino di casa sta per compiere due anni, che sono davvero pochi, e insieme è un sacco di tempo. Ieri il grande (4 anni e mezzo) ha deciso che basta, suo fratello non può più dormire nel lettino con le sponde, deve dormire nel letto quello vero, e ha costretto suo padre a portarlo su, montarlo. La loro cameretta verde sembra ancora più piccola, ci sono poco più di 50 cm tra i due lettini e loro provano a saltare da uno all’altro senza schiantarsi contro l’armadio a ponte soprastante. Il piccolino ride di gusto quando suo fratello fa lo sciocchino per divertirlo, litigano, si picchiano e poi si abbracciano forte e si danno i bacini. Il piccolino inizia a dire le prime vere parole, cerca di ripetere tutto quello che sente uscire dalla bocca di suo fratello. Il grande gli spiega le cose con quel tono paziente e il pizzico di condiscendenza che gli capita di cogliere quando noi adulti spieghiamo qualcosa a lui. Semplifica le cose per il suo fratellino, si sente grande e lo è a tratti in un modo che ci sorprende di continuo. Il piccolo ascolta, osserva, impara tutto: è spericolato e folle, in spiaggia a un certo punto decideva di averne le scatole piene di stare sotto l’ombrellone e prendeva su il suo trolley del didò, faceva ciao ciao con la manina e partiva per una passeggiata. Non vuole essere tenuto per mano, ma si gira a controllare che lo stiamo seguendo, altrimenti torna indietro ad afferrarci un dito per il tempo che serve ad assicurarsi che abbiamo capito, è ora di fare un giro. Ci accompagna ai giochi di plastica disseminati sul lungomare, spesso si ferma al chiosco, indica il gelato che vuole e poi la borsa dove sa che ci sono i soldi. Si sporca ovunque e chiede a modo suo un pezzo di carta per pulire il tavolino, e ride di cioccolata e panna, poi sale sulla panchina e si mette a ballare house. È un tipo festaiolo e un po’ fighetto.

Il grande, gelosissimo e ansioso di conferme, pretende di stare nel passeggino nonostante le gambe lunghe, il piccolo corre per chilometri, indica con un ditino la direzione, dice ‘”Mammaaaa Papaaaa lá!” e “lá” è spesso la trappola mortale delle troppe sale giochi sul viale grande, vuole schiacciate le rane col martello di gommapiuma, spingere con la pistola ad acqua le ochette nel buco e guidare la piccola auto. Quando arriva primo alza tutte e due le braccia e dice “Yeeeeee” poi si piega rapido a prendere le chips. Io l’ho scoperto a trent’anni, che in sala giochi ti danno le chips e poi i premi, ho dovuto prendere la tessera e caricarci i punti, lui invece faceva il giro a vedere se c’erano file abbandonate e se le prendeva.

Il grande alterna crisi isteriche disperate a momenti di straordinaria maturità: fa collegamenti logici impressionanti e domande sorprendenti, diventa amico delle ventenni carine a cui racconta, mentendo e sapendo di mentire, che domani sarà il suo compleanno, così lo baciano. Il padre scoppia di mascolino orgoglio, il piccolo approfitta del fatto che siamo distratti, manda bacini e decide di entrare in piscina con la carriola di plastica. È convinto di saper nuotare quindi non si ferma affatto quando l’acqua è troppo alta, e si infastidisce se lo prendiamo, poi batte forte i piedini e ride. Beve, sputa, ride. Vuole fare i tuffi, salire sul coccodrillo, è un pesciolino instancabile. Il grande ha paura, è prudente, troppo, manda in avanscoperta il piccolo per trovare il coraggio di andare a sua volta.

Crescono insieme, le scarpe nuove durano due, tre settimane e poi già sono piccole. Le gambette si allungano, le faccette abbronzate assumono sempre più espressioni, negli occhi leggiamo nuove scoperte.

È bello osservarli crescere. Le maestre dell’asilo dicono che d’estate i bambini crescono più in fretta, come se il sole li aiutasse a maturare, a settembre li trovano trasformati. Io li trovo diversi ogni mattina, a volte anche dopo poche ore. Faccio centinaia di foto, facce buffe, sederini, salti e piste di carta per le migliaia di automobili, e guarda che bel macchinario ho fatto con i Lego mamma fai una foto così quando sono grande e tu sei in cielo (tiè) mi ricordo che bravo ero stato cosa dici?

Il piccolo dá bacini al papà, ai nonni, agli zii, ma a me no. Glielo chiedo e mi ride in faccia, dice NO e mi sfida, aspetta il solletico e dice di nuovo no, no, no. Solo di sera, quando mi vede accigliata perché davvero l’ora di andare a dormire è passata da un pezzo, viene accanto a me, mi prende il viso con le manine da vero seduttore e mi stampa un bacio grosso così, poi sorride e torna a giocare, sa di avermi comprata con un bacio.

È un seduttore nato.

Fatico a riconoscermi quando mi definiscono mamma di figli piccoli, rispetto magari alle amiche e conoscenti che li hanno da pochi mesi o li avranno tra poco mi sembra che i miei siano grandi. Tra poco abbandoneremo i passeggini, già il piccoletto passa ore senza il pannolino, va a sedersi sul vasino perché è un gioco, poi la pipì però la fa in soggiorno e viene a chiamarmi dicendo “o-ooo” e “nuuuuuuuooo” perché sa di aver fatto un guaio.

Una sera siamo stati al ristorante bavarese, si sono messi a ballare sulle panche e ogni volta che il gruppo finiva una canzone loro si fermavano ad applaudire, abbiamo dato spettacolo, si sono divertiti come pazzi.

Sono buffi e bellissimi, sono nostri e insieme no, appartengono solo a se stessi, camminano da soli ma vogliono essere certi di trovare la nostra mano pronta a stringere la loro quando serve. Ci manipolano impunemente, ci fanno arrabbiare, ci stancano tanto che ci chiediamo che accidenti di batterie gli abbiamo messo, a questi benedetti bambini. Li minacciamo scherzosamente di venderli, il piccolo ride e dice solo NO, il grande dice smettila mamma di dire sciocchezze tanto lo so che mi vuoi bene e poi non ci sono i negozi dove si vendono i bambini perché i bambini crescono nelle pance delle femmine e poi i dottori li tirano fuori lo sanno tutti.

Quante cose sanno, questi bambini.

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