Quasi settembre.

L’estate è finita bruscamente, da un giorno all’altro. Abbiamo passato il fine settimana sull’Altopiano di Asiago, è stato strano, sabato pomeriggio, il freddo intenso nonostante felpe e jeans lunghi, dopo le settimane al mare in cui si sudava in costume alle nove di sera ed era ancora chiaro, mentre ora il buio avanza veloce sulla cena ancora da terminare.

Ad Asiago c’è sempre un’atmosfera inquietante: i sentieri sono ancora quelli della guerra, e i sassi aspri che sporgono ovunque sembrano frammenti di bombe scoppiate da poco.   Anche quando splende il sole l’aria è densa di malinconica tristezza. Forse perché ovunque i cartelli e i nomi dei posti raccontano la Grande Guerra, ma non riesco mai a dimenticare per un solo istante di trovarmi in un luogo dove molti hanno perso la vita. Il bosco stesso, con gli altissimi pini, abeti e larici sembra sussurrare storie mai dimenticate di soldati che camminano, scappano, si trovano ancora vecchi bossoli e grossi buchi lasciati dalle bombe.

Ricordate che questo è stato, sembra volermi dire, rubando le parole ad un’altra guerra, venuta dopo, e insieme il verso di John Donne che è su tutti i manifesti di commemorazione del 4 novembre, di quella sconfitta che noi italiani vogliamo fingere ostinatamente di ricordare come la vittoria della Grande Guerra, quello della campana, essa suona per voi.

Tra poco non ci saranno più neanche quelli che hanno vissuto la seconda guerra mondiale, eppure l’aria è densa di vite troppo giovani scivolate via cento anni fa. Non è una foresta piena di fate, folletti e magia, quella di Asiago, troppo sangue è stato versato qui perché potesse restare la magia.

Ho scattato una foto e solo dopo, passandola in Snapseed per aumentare l’esposizione, mi sono accorta dei colori già sommessamente autunnali.

Non ci sono funghi, perché è stato troppo caldo, non ha piovuto abbastanza. L’anno scorso non c’erano perché aveva piovuto troppo.

Per me, come per tanti altri, l’anno non comincia a gennaio, ma a settembre, il mese che preferisco, asseconda la mia natura malinconica e introversa. Aprile è il mese più crudele, ma settembre è indulgente, sa di cioccolata calda nei pomeriggi di pioggia prima del cinema, sa di colori caldi e rumore di foglie secche sotto i nostri passi.

Tra una settimana è settembre, ma l’estate non lo sa, ed è già volata via. O almeno così sembra in questa fine d’agosto, ma va bene, siamo sopravvissuti anche quest’anno, e ora la giostra ricomincia. Avanti tutta, col vento in poppa.

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