In’gnuá.

In’gnuá è una di quelle parole venete che le professoresse di lingue amano definire “falso amico”, come burro che in spagnolo vuol dire asino. Perché in’gnuá, a differenza di quanto sembri, non significa affatto ignuda, nuda, bensì… Eh, un bel problema, spiegarlo. Avete presente quei giorni in cui non hai voglia di niente, ti svegli stanco, ti fa male tutto come se stessi covando un’influenza, sei infreddolito, di pessimo umore, pigro, indolente e lamentoso? Ecco, questo è quello che noi definiamo “in’gnuá”. Sospetto che la radice ‘gn’ rimandi anche semanticamente al nido (in veneto gnaro) da cui in giorni come questi non avresti voglia di uscire, nido traducibile in divano&copertina&abbondanti generi di conforto.

Stasera mi sentivo così, non riuscivo a scaldarmi nonostante il termo acceso, pulire il fornello dopo cena mi è sembrata impresa titanica, tanto che mi è pure tornata l’emicrania. Mi sono auto costretta a stirare almeno un po’, se non altro per riscaldarmi, poi ci ho preso gusto. Stirare è abbastanza rilassante, a volte, è una di quelle cose che puoi fare lasciando una soglia minima di attenzione a quel che fai e tutto il resto della testa libero, a vagare e divagare. Io tendo a procedere spesso per libera associazione, lo faccio anche quando parlo lasciando i miei interlocutori a volte perplessi, altre decisamente dubbiosi della mia sanità mentale, e a volte ho l’impressione, mentre stiro, di stare facendo qualcosa di simile a quando porti il cane e lo lasci libero di giocare, senza guinzaglio. Solo che lo faccio con le idee. Durante il giorno cerco di restare concentrata, anche se riesco comunque a sbagliare almeno un DDT al giorno anche così, quindi non so davvero se sia utile o meno alla causa.

Comunque in’gnuá si può dire anche “incoessá” anche se in effetti quest’ultima parola si usa più per i bambini viziati e capricciosetti, quelli un po’ lagnosi: la coessa è la cotenna, o cotica di maiale, con la quale si fa il coessin, o cotechino.

E ora che ho contribuito alla salvaguardia di un lemma della lengua veneta, col vostro permesso, ssiore e ssiuri, me me vado, come si diceva qui, al cinema Bianchini, ovvero soto le cuerte e sora i cussini. Notte, eh.

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