Il bottino.

È una sensazione ben nota a quelli che amano leggere quella che ti fa brillare gli occhi e calpestare nervosamente il pavimento in attesa di tornare a casa e poter finalmente contemplare in santa pace l’agognato bottino.

Annusiamo la carta e accarezziamo le copertine, apriamo pagine a caso rubando parole o frasi, anticipazioni e promesse di un piacere non troppo lontano. Pagine come sirene, piene di vite e di storie e di universi uguali e diversi, pagine che ti tirano per la manica e ti sussurrano dai vieni via con me.

Ogni volta che passiamo davanti alla pila dei libri del bottino noi Lettori incalliti la salutiamo con il sorriso segreto degli innamorati clandestini, ogni sguardo è una rinnovata promessa, e poche delusioni sono più amare di un libro lungamente atteso che si rivela deludente. È il peggiore dei tradimenti, eppure il più rapido a guarire, dentro altre pagine e lungo altri e nuovi sentieri di parole. Nessun luogo offre meraviglie più grandi di una libreria come si deve. Ora con Amazon tutto è più comodo, rapido e impersonale, ti arrivano i libri a casa in quei pacchi marroni, ed è sempre un po’ Natale, ma vuoi mettere la soddisfazione di entrare in libreria e passarci i miei famosi solocinqueminutiarrivosubitopromesso lunghi tre ore?

Gli e-book sono un’invenzione meravigliosa, io non potrei fare senza. Sono metadone puro, un tap e scarichi, lo leggi subito, panacea per le notti insonni e i pomeriggi svuotati, migliaia di libri in pochi grammi, ma le librerie, oh, le librerie. Datemi una libreria e avrete una ragazza felice, il mio concetto di paradiso si avvicina molto a una libreria. Con la cucina di fianco, possibilmente, ma non è categorico. Tenetevi le spa e le Maldive, tenetevi la scarpiera di Carrie e pure il suo armadio, io voglio solo libri.

Oggi non siamo andati esattamente in libreria, ma nella palestra delle mie scuole medie, dove c’era la mostra del libro, libri usati al 50% e nuovi al 18% di sconto. Di libri per adulti non c’era moltissimo di mio gusto che non avessi già letto, quindi ho ricacciato bruscamente indietro quelle quindici o sedici resistibili tentazioni e mi sono tuffata nei libri per bambini.

Ora, io devo confessare di essere una pessima, pessima madre. Perché io fingo. Fingo di comprare libri per loro, fingo di sceglierli in funzione dei loro interessi, arrivo perfino a leggerglieli, tanto per essere credibile, ma la verità è una, e una solamente: io i libri per bambini li compro per me. Perché sono meravigliosi, i libri per bambini; storie, illustrazioni, caratteri, carta, copertine, per non parlare dei pop-up, che mi incantano. Sono come tanti universi piccoli e immensi da esplorare, un appagamento estetico del fantastico che si rinnova ad ogni disegno. Quando i miei figli saranno adulti terrò io i loro libri, fingerò di conservarli per i nipoti, ma li terrò al sicuro nel mio studio. Se mai avrò uno studio.

Nel mio bottino di oggi c’è un’edizione splendidamente illustrata del Canto di Natale di Charles Dickens, dove alcuni disegni sono quasi spaventosi, ma sempre bellissimi. C’è l’Emozionario, un dizionario delle emozioni che ho scelto perché il progetto annuale della materna verte su colori ed emozioni, e lui non è molto estroverso, diciamo, e poi c’è un libro di racconti divertenti (vedremo) che ci serve prima di andare a dormire, perché la fame di storie è in crescita costante e la mia fantasia vacilla, a una certa. Infine il “Boys’book per ragazzi in gamba”, che è la versione duepuntozero del manuale delle giovani marmotte, e piacerà al quattrenne tra pochi anni. Telefoni con i bicchieri di plastica e tende da campeggio, costellazioni e vipere, cose così.

I bambini hanno apprezzato moltissimo la mostra del libro. In particolare hanno gradito il fatto che si tenesse nella palestra delle scuole, in presenza del quadro svedese e dei grossi materassoni dove si sono tuffati per un’ora. Come dire, alla mens sana ci penso io, per il corpore si sono arrangiati da soli. (Quanto ho odiato quel maledetto quadro svedese, quanto, ma se pensate che si chiami così perché lo fa IKEA, sappiate che no, come potete leggere qui. Dopo tanti anni che non lo vedevo oggi ho fatto ricerche, mossa da improvvisa curiosità in merito al nome di quello strumento di tortura ginnastica.)

Infine è successa una cosa parecchio carina, quando già stavamo quasi uscendo, nel senso che un signore dai lunghi capelli bianchi che di lavoro fa il dentista e nella vita è il compagno di una delle organizzatrici ci ha fermati per salutarci e per costringermi tanto benevolmente quanto implacabilmente a comprare il libro scritto da una ragazza di 14 anni, d’ora in poi “la nostra giovane scrittrice”(NSGS).

Il libro si chiama “Piacere, sono il caso a parte”, ed è uscito per i tipi di Albatros, Voci nuove. È un libro piccolino e insieme grande, una raccolta di riflessioni sul sentirsi fuori luogo e sulla difficoltà di trovare un posto nel mondo. La NSGS ha quattordici anni, io la ricordo da piccola, sorella di una delle ragazze che ho accompagnato nei gemellaggi in Germania quando ero all’Università. Era lì, oggi, la NSGS con un’amica e compagna di scuola, emozionata e orgogliosa com’è giusto che sia. Il dentista le ha detto che la signora (come signora? Io sono una RAGAZZA!) voleva sapere come le fosse venuta l’idea di scrivere, io l’avrei strangolato, visto che il problema che mi affligge è piuttosto quello di riuscire a sopravvivere SENZA scrivere, cosa che deve aver intuito quando ha aggiunto che in effetti era una domanda “anche” sua.

NSGS ha spiegato di essersi sentita spesso emarginata e diversa, di avere avuto problemi con le compagne di classe, e intanto cercava appoggio negli occhi dell’amica. Avrei voluto dirle che poi passa, che troviamo parecchie delle risposte a quelle domande, ma la verità è che sul più bello che pensi di averle trovate, le risposte, la vita ti frega perché cambia le domande, ma sono stata zitta, ho comprato il libro, le ho chiesto di firmarlo per me.

Si era allenata, si vedeva dal metodo con cui ha aperto il libro, da quella C allungata sopra la quale ha adagiato il suo cognome. L’ho trovato bello, emozionante e anche dolce, e ho apprezzato il signore che ha saputo regalarle questo momento un po’ speciale. Vedi delle volte i dentisti, tu pensi che siano tutti apparecchi e otturazioni, e invece loro no, sono anche esseri umani. Insomma, quasi. Credo. Non credo sarei mai riuscita a uscire con un dentista, non ho mai avuto occasione di verificare, ma ho sempre pensato che a baciare un dentista mi sarei distratta inevitabilmente, e che avrei passato la vita a consumarmi lo smalto dei denti a furia di spazzolare per paura di fare brutta figura. Una mia cara amica sta con un dentista, che tra l’altro è una persona adorabile, e le ho esposto questo problema. Per fortuna esistono le igieniste, io dico, non puoi andare a letto con uno che ti ha appena fatto la pulizia dei denti o tolto un molare del giudizio. Ammesso che dopo un’estrazione una abbia voglia di fare roba. E per fortuna mio marito non fa il dentista. O il ginecologo, o lo psicanalista. Il medico. Ho delle questioni, con i medici, ho avuto un’infanzia troppo medicalizzata.

Sto divagando, temo, quindi basta, concludo. Il post è uscito bello lungo, ma era qualche giorno che non scrivevo, quindi va bene così, un post cicciotto che parla di dentisti e di libri.

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