La cena della 5a D.

È stato bello e insieme strano, ritrovare dopo quattordici anni le ragazze della 5a D: ci siamo diplomate nel 2001, giusto un secolo e dieci minuti fa, e siamo ancora noi, anche se non siamo più loro.

Decine di whatsapp, tante non sono potute venire, vivono all’estero, sono in viaggio per lavoro, hanno appena avuto un figlio, lo hanno avuto qualche anno fa e con il tempismo inopportuno dei figli si è ammalato ieri pomeriggio, su trenta eravamo meno della metà. Non so cosa mi sembri più strano tra il fatto di aver condiviso per anni i miei giorni con loro oppure tutto quello che è venuto dopo ad allontanarci come perfette estranee, salvo fugaci e casuali incontri dove c’è spazio solo per le tre frasi di circostanza.

Siamo state una classe parecchio luminosa, il risultato di due seconde liceo unite insieme, un sacco di neuroni e sedicimila di ormoni concentrati in un rumoroso coacervo di femmine adolescenti, non deve essere stato sempre facile insegnare a noi, ma ci sono riusciti parecchio bene, a giudicare dalle donne che siamo diventate. Siamo avvocati, architetti, interpreti, medici, insegnanti, ricercatrici, madri, mogli, compagne, donne. Siamo diventate grandi, ed è successo mentre eravamo troppo impegnate ad farlo per accorgerci che stava accadendo e basta. Quasi non ricordiamo più quali fossero quelle della D, la mia classe, eravamo in ventuno in prima liceo, restammo in 14 in seconda, e quelle della E, che da sedici restarono a loro volta in 14, e l’anno dopo di due classi ne fecero una, con in più le Anne. C’erano un sacco di Anne, ne chiamavi una e si girava una fila intera, e allora via con i cognomi, e io che ringrazio ancora oggi Valeria di aver avuto il cognome che iniziava per A e avermi tolto dall’imbarazzo di essere la prima dell’elenco.

Mi ricordo moltissimo del liceo, a volte sogno ancora di non aver fatto la quinta, come Notte prima degli esami, ancora lo spauracchio del compito di fisica, Cariolato interroga, domani versione, non ho studiato biologia, passami latino, hai una sigaretta, ieri all’Expo c’era COSO, stasera ci vediamo al Voglia, e quelli del conciario da salutare a ricreazione, mi giustifico, chi esce domani in storia servono tre volontari.

Mi sono ricordata la volta che ci beccarono in bagno e finimmo dal preside, sarcastico e sprezzante amato Olimpio, i miei panini al salame che non resistevo e li aprivo già alle otto che Elisa ancora sente la puzza di salame. Tutti quei diari pieni di scritture dense e fitte, gli uniposca della Paola, Sara e i Doors, la Prof pazzoide di Tedesco che mangiava plasmon e ci spiegava le declinazioni così, en passant, qualsiasi parola le chiedessi non sapeva mai come si diceva in tedesco, e spesso neanche in italiano. La Bucci di latino e italiano per noi della D, che veniva a scuola con la pelliccetta e ci minacciava di mettere a tutti il due politico, Bruni che ci portò la foto di un pollaio dicendo che gli ricordava noi, le canzoni di Leo, impareggiabile professore di spagnolo che veniva a scuola con la chitarra e mescolava Lorca e Darío con La Flaca e Santana, eravamo brave a cantare e non sbagliavamo neppure troppi dittonghi, in fondo. Rossino che se n’è andato ma ci lasciava giocare a pallavolo o stare tutta l’ora fuori a fumare sugli scalini fingendo di correre, ti abbiamo voluto bene, e la Brendolan che spiegava fisica riempiendo due lavagne di equazioni a velocità fotonica per poi cancellarle prima che avessimo finito di copiare la prima riga della prima lavagna, passaggino per passaggino, non riesco più a prendere un treno senza pensare a quei problemi, altro che attentati, e Cariolato che Spinozianamente mutatis mutandis e il walkman a manetta sotto il berretto mentre veniva a scuola in bicicletta.

Questo filo di ricordi potrebbe continuare a lungo, ma ieri sera non abbiamo rimestato molto in questa pentola, dalla mia parte del tavolo almeno, e invece abbiamo parlato di figli e di tutto quello che abbiamo fatto dopo, di quelli che a volte li ritrovi in giro e ti penti di aver baciato allora, dei vecchi biglietti che ritrovi e ti chiedi chi fosse quella ragazzina in cui però un pochino ti riconosci, anche se non sei sicura che ti piaccia essere stata così. Eppure tutto ciò che eravamo allora ci ha rese ciò che siamo oggi, e io ho ritrovato persone che mi piacciono molto di più.

Siamo diventate Donne, con l’esclusione dell’eroico Andrea, che ieri sera non è potuto venire perché aveva un servizio di interpretariato, e sì, anche se in quarta avevamo sette ore di matematica e tre di inglese eravamo un linguistico. Siamo diventate grandi, e siamo rimaste le secchione fighe della quinta D. È un noi che mi piace, noi della quinta D.

(Ma non tornerei agli anni del liceo neanche se mi pagassero).

Annunci

2 thoughts on “La cena della 5a D.

  1. Bellissimo! Il liceo ha lasciato tanti di quei ricordi in me che anche leggere i tuoi mi ha fatto emozionare! Poi sono reduce da una cena con le amiche dell’Università e sono in quella fase in cui mi domando con insistenza perché non riusciamo ad organizzarle più spesso!

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...