Mi girano.

Stasera mi girano.

Dev’essere il ciclo, è sempre tutto per via del ciclo, accidenti, un modo migliore si poteva inventarlo, dev’essere stato un ingegnere. Maschio, va senza dire.

Mi girano perché il ferro da stiro, in riparazione da due lunghe e stropicciate settimane, è andato. Irriparabile. La resistenza non ha resistito, e tocca cambiare l’intera caldaia. Era quasi nuovo, maledetta obsolescenza programmata per cui le cose si rompono sette ore dopo la fine della garanzia estesa, o se lo fanno prima sono componenti soggetti ad usura e quindi esclusi dalla garanzia. Anche i ferri da stiro li disegnano gli ingegneri, vero? Ne sono pressoché certa. Gli avvocati invece stendono le condizioni di garanzia, i contrattini, le clausolette,  diffido sempre dei diminutivi degli avvocati. I contrattini degli avvocati sono come i problemini degli ingegneri.

Domani andrò a comprare un nuovo ferro da stiro, imprecando non tanto per l’esborso quanto per l’amara consapevolezza della priorità assunta dal succitato elettrodomestico nella mia vita, che una volta mi andava bene anche un po’ spiegazzata ai lati. Forse è la consapevolezza di quanto in realtà si sia stropicciando la vita (per non parlare del contorno occhi) a spingermi a desiderare lenzuola e calzini e mutande e magliette perfettamente lisci, quasi come un’illusione di controllo, per quanto limitato. Vita stropicciata e lenzuola stirate, che però detta così suona molto sbagliata. Vita stropicciata e tovaglie inamidate forse va meglio.

Nel frattempo arrivano e-mail per chiarire equivoci creati da precedenti e-mail scritte per evitare equivoci, e io che sono effettivamente quella che deve fare una certa cosa in un certo tempo mi limito a leggere in copia una che massacra l’inglese, il buon senso e gli attributi della sottoscritta discutendo di deadline con un’altra, invece di restituirmi le osservazioni sull’oggetto delle mail e della deadline. Il che è surreale, in effetti, e sarebbe ridicolo se non fosse tutto sommato parecchio deprimente.

Poi c’è il gruppo delle mamme, a cui non bastano le ottomila notifiche whatsapp al giorno, non basta la lista di chi fa cosa e quando, serve una riunione. Facciamo più riunioni noi del CDA di una  multinazionale quotata in borsa, io sul serio sto iniziando a chiedermi se sia normale, tutta sta cosa delle riunioni. Poi mi tornano in mente le riunioni di quando lavoravo là, le riunioni fatte per fissare le riunioni, le riunioni fatte per decidere chi decide, e capisco: siamo un perfetto CDA. Abbiamo anche raccolto una bella sommetta con le torte, i fatturati sono alle stelle, come dire. 

Mi sono chiesta, come sempre, se sono io o sono loro, e mi sono risposta che forse stavolta sono io, che è la SPM a farmi criticare tutto e tutti, a farmi odiare le riunioni inutili e le altrettanto inutili persone che evidentemente non hanno abbastanza da fare nella vita per evitare di rompere con le loro inutili riunioni e limitarsi a fare quello di cui vorrebbero parlare alla riunione, che quindi verrebbe molto opportunamente sostituita da divano copertina e libro.

Domani o dopo mi passerà, smetterò di brontolare bofonchiando tra me e me, affronterò con gioia ed entusiasmo contrattini, clausoline, scambi torrenziali di corrispondenza via e-mail e whatsapp, riunioni, tutto.

È sindrome premestruale, mica buon senso, in fondo. Ne sono certa. O quasi.

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