Non fame, voglia di mangiare.

Sono le dieci e mezza di sera di un uggioso sabato di gennaio. Stamattina abbiamo fatto quelle che avrebbero dovuto essere delle foto ufficiosamente ufficiali di famiglia, ma prima il grande non voleva poi il piccolo non voleva poi il grande si è incazzato poi il piccolo ha deciso che era il momento ideale per giocare alla PlayStation e nel resto delle foto io avrò fatto le facce e chiuso gli occhi, perché davanti all’obbiettivo io mi paralizzo.

Poi parlando con Anna, che è la nostra fotografa nonché ex compagna di liceo mia nonché architetto (sono circondata da architetti, ultimamente) è uscito il discorso del KitchenAid e mi è venuta voglia di usarlo e dopo pranzo ho preso 300 grammi di semola e circa 100 grammi d’acqua ben calda ho impastato tutto nel KitchenAid con la foglia e poi ho pigiato pigiato pigiato nella tramoggia temendo il peggio, invece sono usciti bucatini perfetti che il filo li tagliava zac zac.

Ci ho messo dieci minuti in tutto e ho fatto la pasta fresca, figo ho pensato, di solito le cose non ti regalano la felicità ma il KitchenAid invece sì. Non è un post sponsorizzato, il KA è stato il mio regalo di compleanno da parte di un marito abbastanza appassionato di bigoli co l’arna, ma il mio è proprio amore vero. Condiviso dal duenne che ha sputato il ciuccio per dire con la vociona “mamma gaaada taaaanta pastaaa” segno del fatto che i bucatini che scendevano perfettamente definiti dalla trafila di acciaio e teflon non emozionavano solo me.

Inevitabile il confronto con il torcio di mia nonna, dove non c’è un motorino elettrico ma si andava a braccia, e peccato per le tradizioni ma io mi tengo la mia planetaria con gli accessori e la corrente elettrica.

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Dopo aver fatto la pasta sono uscita per la spesa, poi ho cucinato ragú d’anatra, uno spezzatino di pollo che è uscito malissimo e non so dove ho sbagliato, arrostito panini al sesamo e fettine di pomodoro e di speck, cotto hamburger di manzo e fritto patatine per una botta di fast food chez nous.

Come ho scritto l’altro giorno su Facebook, inizio seriamente a pensare che il lunedì in cui ricomincerò la periodica dieta sia quello immediatamente dopo la domenica in cui scade la promozione poltrone sofà, quindi tanto vale. Gli effetti della gastroenterite (stomaco chiuso, inappetenza) sono spariti definitivamente, purtroppevvivapurtroppo.

Ho fame, incidentalmente. Non fatemici pensare. Niente fa venire più fame del fatto di sforzarsi di non pensare che hai fame. Chissà quante calorie sto bruciando nello sforzo mentale inaudito, sento il divano scaldarsi, per dire.

Ma su, su, contegno. Leggiamo? Leggiamo.

Ho da leggere diverse cose: sul Kobo ho American Pastoral di Roth, che mi sta piacendo abbastanza, sul Kindle del tablet avrei Infinite Jest e “To save everything click here” ma anche Wired di questo inverno, che è un raccolta di saggi e illustrazioni sul mondo che verrà, da diversi punti di vista, e il numero di Internazionale tutto dedicato alle storie con una selezione di racconti giapponesi. Cresce la voglia di imparare il giapponese per capire se la semplicità assoluta dei dialoghi sia responsabilità dei traduttori o rifletta una peculiarità della lingua, e quanto sfugga al lettore occidentale. Questa cosa non smette di torturarmi.

Ho infilato tra le letture aperte anche Lo Straniero di Camus, mi ha colpita, l’ho terminato in mezza sera, leggerò dell’altro.

Dovrei decidere le priorità, prima Roth, poi Morozov, poi DFW. E domani sarebbe domenica, e di domenica c’è l’inserto Lettura del Corriere.

Che vita difficile, che scelte dilanianti.

Ecco perché scrivo questi post francamente inutili. Procrastino la scelta di cosa leggere prima.

Vado, ora. Che voglia di mangiare, però.

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