Terapia.

Dopo aver finito La cura Schopenhauer, libro non facile ma autentica epifania, nel senso joyciano del termine, ho iniziato Il dono della terapia, sempre di Yalom.

Un articolo su Internazionale parla della rivincita della psicanalisi sulle nuove forme di terapia ‘breve’, non ho capito molto del resto e mi è dispiaciuto non possedere gli elementi per seguire meglio l’articolo nella sua interezza.

La psicoterapia mi interessa molto in questo periodo, non solo perché in alcuni momenti sento che forse ne avrei bisogno, ma anche come ‘scienza’ o ‘meccanica’ delle emozioni e sensazioni umane, a prescindere dalla mia, di analisi. In ogni caso leggendo questi libri ho capito perché non sono mai riuscita a perdonare allo psicologo da cui sono andata per un po’ di tempo il fatto di aver dimenticato una seduta.

Sebbene a livello razionale io riesca benissimo a comprendere che si tratta comunque di un essere umano a cui può accadere di sbagliare,  e riconosca che il percorso fatto con lui, anche se breve, mi è servito molto, non gliela perdono. Ci scherzo su, usando l’autoironia per difendermi dal dolore lieve e persistente che ancora quella sbadataggine mi procura, ma non dimentico. Ho annullato le sedute successive, dichiarando di non averne più bisogno, e in parte è stato così, sono “guarita” o comunque ho trovato un punto di equilibrio più o meno precario, che sembra durare tuttora.

Non so mai se sono equilibrata o no, a volte ho l’impressione (la consapevolezza) di essere uno sfascio, altre mi accade di pensare che il solo fatto di dubitare costantemente e sinceramente (a prescindere dall’ironia, ora) della mia sanità mentale non sia in effetti indice di sanità mentale. Cioè in parole povere è come se pensassi che siccome non penso che i matti sono tutti gli altri, come in effetti fanno i matti, potrei anche non essere matta. O essere accettabilmente folle, umana e troppo umana.

Una voce insidiosa mi suggerisce che vorrei entrare in terapia per ascoltarmi parlare del mio argomento preferito e insieme più odiato, cioè me, e che la terapia non sia che l’ennesima forma di narcisismo, esibizionismo, ricerca di conferme. Lo vedo anche come egoismo, a volte. Altre, invece, no, mi chiedo come possiamo sopravvivere senza analisi. Io tento di farlo scrivendo qui, dove c’è tutta la verità, ma non tutto è sempre solo verità.

Ho anche pensato al ruolo della chiesa in questa cosa della terapia, al fatto che la confessione, al di là della strumentalizzazione politica di questo istituto, che ha permesso ai preti di controllare e manipolare i fedeli, e ai cardinali i re, ha avuto anche una grande importanza dal punto di vista della terapia ante litteram. Un uomo confessa a un altro che ascolta, il succo è quello.

Mi interessa moltissimo anche il counseling filosofico, ovvero l’idea di poter incontrare nella filosofia un sostegno, un supporto, un qualcosa. Io l’ho sempre cercato nella letteratura, oltre che nella filosofia, e leggere l’opera di Yalom sta rimettendo a posto un sacco di tasselli.

Questo post forse è noioso, ma a me serviva.

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