Febbre e pittura.

Quando ho 39° di febbre io e prendo una tachipirina da mille, a malapena mi alzo dal letto per trascinarmi in bagno, senza peraltro che il mondo smetta di girare un solo istante. Quando prende 10ml il cinquenne, che poi 2 restano nel bicchierino perché sì, in diciotto minuti netti passa dal delirio febbricitante alle olimpiadi del salto mortale del divano.

Ha la febbre da mercoledì, e il raffreddore, stamattina sembrava sulla via della guarigione ma a mezzogiorno la temperatura è di nuovo decollata oltre i 39°.

Fatto salvo che non so mai se è mio figlio che si ammala nei giorni in cui l’Associazione Mondiale Pediatri ha il corso di aggiornamento o se è l’Associazione Mondiale dei Pediatri a fissare i workshop quando sa che mio figlio avrà la febbre, e sospetto fortemente la seconda, come è logico, stamattina  prima che la febbre salisse di nuovo abbiamo dipinto e giocato con i coriandoli, e fatto tanto aereosol.

Abbiamo anche preso in considerazione l’idea di dipingere con l’aerosol, ma la cosa presentava alcune difficoltà tecniche.

Abbiamo colorato con i pennelli e gli acrilici, ci siamo raccontati cose, abbiamo assaporato il piacere di stendere il colore denso e cremoso sulla carta ruvida dei fogli Fabriano, di mescolarlo sulla tavolozza aggiungendo un po’ di bianco o di giallo per virare le tinte, abbiamo ascoltato con le orecchie e con le mani il suono del pennello che scorre sulla carta, la libertà delle campiture ampie senza confini definiti perché sotto c’è il giornale vecchio e si può sporcare. Lui mi ha sorpresa chiedendomi un foglio bianco piegato a metà, mi ha mostrato come schizza il colore dal pennello, si vedeva che era una cosa che aveva già fatto più volte, poi ha chiuso il foglio premendo bene e lo ha riaperto per vedere cosa esce.

Mi ha detto che lo fa alla materna, e poi dice alla maestra cosa riconosce, è una specie di Rorschach e mi è piaciuto scoprire che le conclusioni della sua maestra, che stimo molto, derivano anche da questa forma di osservazione e ascolto del suo sentire.

Mi sono regalata una mattina di tempo lento e chiacchiere, ho disegnato un campo di cuori come quello della tazzina in cui avevo bevuto il caffè, l’ho dipinto di rosso intenso, con i cuori rosa e il cielo azzurro, e tutti i contorni ripassati con il pennarello nero, perché io ho bisogno di certezze e confini stabiliti. Mi sono resa conto quanto dica di me quel disegno fatto così, per passare del tempo con mio figlio, e mi sono rilassata riempiendo la carta di pennellate dense.

L’unica piccola macchia in questa perfetta mattinata di convalescenza artistica è quella sul muro accanto alla cucina, ma magari più tardi telefono a Rorschach e gli racconto cosa ci vedo, così ottimizzo le risorse. 

Lui è stato molto felice, del tutto inconsapevole di quanto più profondamente mi abbia guarita lui, da me, di quanto io possa provare a curarlo più o meno velocemente dalla febbre. Ora guarda i minions, in attesa che la febbre scenda di nuovo, perché domani ci sono i carri mascherati e lui è Spider-Man e ha cinque sacchi di coriandoli, e si sa che a lasciarli nel sacchetto scadono.

È magico, è sorprendente, è mio e non lo è affatto.

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