FKA Meeting.

Ieri mattina mi sono fermata per caso in un bar in cui non entravo da almeno dieci anni. La ragione è la più banale di tutte, dovevo fare la pipì.

Come sempre io sono parecchio ancorata al passato, non tanto come rimpianto bensì come percorso che mi ha fatta diventare chi sono oggi, ed entrare dopo molto tempo nei luoghi del mio vissuto remoto mi scatena un caleidoscopio di fotogrammi e ricordi e facce e suoni.

Il Meeting era un corridoio stretto con i divanetti azzurri e neri, le pareti spugnate di azzurro, neon azzurri e un bagno piccolissimo che una volta tenni occupato per un sacco di tempo vomitando alcool abbracciata al wc lurido, con il quale, tra un conato e l’altro, mi dissero poi, intrattenevo un’accorata discussione in inglese. Non so cosa dissi, e non me lo seppe dire nemmeno più tardi mia cugina, impavida testimone del mio maleolente colloquio, la sera che mi perculò meritatamente raccontando la scena a due amici: ti mangiavi le parole e non si capiva niente, disse, e io risposi che era perché era inglese americano, risero tutti ma io da allora i cocktail bestiali spaccafegato di vodka e redbull non sono mica più riuscita a berli, e neppure la redbull liscia.

Comunque il meeting era quello che si definiva un predisco, perché prima c’era il magic, il bar in paese, poi il meeting, per vedere chi c’era (sempre e solo gli stessi, ed era per quello che ci si andava) e poi la disco, non prima dell’una, una e mezza di notte. D’inverno Victory, d’estate Villa Bonin, certi andavano fino a Padova a Villa Barbieri.
Al meeting, essendo un predisco,  la musica era altissima e dovevi urlare tantissimo per farti sentire. Mi ricordo bicchieri di collutorio verde che forse era vodka alla menta, e mojito e caipifragola, e la colonna sonora per eccellenza, un merengue di Luis Delgado, Suavemente.  Era La canzone di mia cugina, Lamaura tutto attaccato, che io ho capito solo verso i sette anni che si chiama Maura e basta, prima ero convinta che fosse Lamaura.

Mi ricorderó per sempre la sera in cui conoscemmo Luca e Gianni, e passammo tutto il tempo a dire quanto il tipo fosse figo salvo poi scoprire a fine serata che stavamo parlando una di uno e l’altra dell’altro, e sono gli stessi a cui mia cugina raccontò poi di me angolofona e sbronza.

Al Meeting c’era una cameriera molto bella che si chiamava Samantha e lo sapeva di essere bella e tutti impazzivano quando puliva i tavoli perché aveva sempre i pantaloni a vita bassissima e le usciva il perizoma. Una volta però, dicono, si spogliò in topless su un cubo al boom e baciò una, da allora a prescindere dalla veridicità o meno del fatto Samanta entrò nel mito. Non so quanti entrarono effettivamente in Samanta, credo moltissimi meno di quanto le apparenze volessero suggerire.

Adesso il Meeting è diventato un bar enoteca eccetera, si chiama “Sa di tappo” ed è bianco e rosso, completamente diverso, e nel bagno non ho parlato con nessuna suppellettile, però è stata una madeleine da paura fermarmi per caso proprio lì dopo dieci anni e più.

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