Un decalogo, nonostante tutto.

Allora ho un po’ di cose da dire, e così con questo attacco un po’ jazz, diciamo, le dico, prendendomi giusto due parentesi per sottolineare come io a differenza degli chef in tivù non “vado a” fare le cose ma le faccio, e come siano in effetti parecchi complicati gli attacchi dei post, tanto è vero che spesso so come finire ma non come iniziare e quindi faccio proprio a meno di scrivere, certa che l’umanità sopravviverá comunque.

La prima cosa è che oggi mi sono chiesta se siamo sopravvissuti ai powerpoint cretini delle segretarie, ve li ricordate, quei pps dolci – amichevoli – ironici – strappalacrime, ecco, quelli, solo per soccombere ai gruppi whatsapp nati con la funzione pratica di organizzare – gestire qualcosa e poi svaccati inesorabilmente a condivisione di puttanate cosmiche, gruppi dai quali non puoi uscire perché a volte capita che vi vengano pubblicate informazioni utili, oppure perché ti sentiresti un filino str… a uscire, quindi metti le notifiche silenziose e ciao.

La seconda cosa è che la linea tra la luce è il buio è davvero molto, molto sottile, e ci vuole un sacco di coraggio a tendere la mano per chiedere aiuto. Non sto parlando di me, chiaramente, che piuttosto di dire “non ce la faccio” muoio provandoci, il che è proprio poco furbo e ci sto lavorando, ma così, in generale, per via di un paio di storie che ho sentito.

La terza è che se ti dico guarda che non vedo le emoticon iPhone perché io sono orgogliosamente e perdutamente androidiana, e te lo ripeto tre volte in due giorni, e tu continui a scrivere una parola ogni 3456 faccine, ecco, non credo che io e te avremo mai argomenti comuni di conversazione, pertanto se non ti rispondo non sono stronza, ottimizzo solo i tempi.

La quarta è Anna, non sono MORTA e non ho dimenticato il libro, ma ho avuto casini che ti dirò, abbi fiducia.

La quinta è che non pensavo di avere tante cose da dire ma sono in saletta di attesa dal senologo, temo il cazziatone perché ho dimenticato di fare la mammografia e non sapevo se annullare la visita ma poi mi tocca aspettare altri due anni per una visita e niente, vengo e mi prendo il cazziatone, e intanto scrivo a ruota libera.

La sesta è che mi manca la salsa, intesa come ballo.

La settima è che se sei uno studio di comunicazione e mi telefoni in azienda per dirmi che il sito fa pena, e ti dico si ci stiamo lavorando e tu mi chiedi se ho già firmato con l’altra agenzia e ti dico guarda, siamo a posto grazie, e tu insisti scandendo bene le parole a chiedermi se abbiamo già firmato con gli altri, o sei una cretina tu, o lo è il tuo capo che mette una stagista inattrezzata a fare telemarketing cannando la comunicazione in toto. In ogni caso piuttosto di farti fare il sito chiudo l’azienda e vado a pulire latrine allo stadio.

L’ottava è che adesso c’è una canzone di Battisti e testi così non li scrivono più, dove è finita la poesia, dove. Però stamattina il cinquenne mi ha chiesto di scattare una foto delle gocce di pioggia su una foglia, e io ho capito che la mia anima instagrammatrice lo ha plagiato ma che sa cogliere la bellezza e la poesia delle piccole cose del mondo, e sono felice di questo. Non c’è consolazione più grande al male di vivere che prendersi il tempo per lasciarsi entrare la bellezza dagli occhi fino al cuore.

La nona mi ricorda Beethoven e quindi la salto, la decima le tasse, e si avvicina l’epoca della dichiarazione dei redditi, e sto iniziando a dire cose da impiegata amministrativa, io che dentro questo corpo rugge un cuore di creativo pubblicitario, perciò basta, leggo una rivista e chiudo così, bruscamente.

(La foto non c’entra con il post, ma mi piace tanto, quindi amen)

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