Dica 34.

Allora domenica scorsa ho compiuto 34 anni, che non sono tanti ma iniziano davvero davvero davvero a non essere più nemmeno pochi, poi in effetti dipende molto dallo stile di vita che hai, perché se avessi avuto una figlia a diciassette anni ora avrei una figlia di diciassette e potrei addirittura essere nonna, il che è strano ma non poi così tanto dopo che MTV ha fatto quella schifezza di programma che è (era?) 16 and pregnant, secondo per valori educativi solo a Jeresy Shore e i Kardashian.

(Mi pare evidente che con l’età la mia tendenza a procedere per libera associazione non accenni a migliorare, anzi, ma temo proprio di non volerci-poterci fare niente).

In ogni caso mi ricordo molto bene i miei diciassette anni perché sono stati un annus horribilis della mia esistenza, una Kehre, direbbe il mio amico Martin Heidegger una svolta dopo la quale niente è stato più come prima, purtroppo e per fortuna, e doppiando il traguardo certe cose si sono finalmente chiuse, certi dubbi hanno trovato risposta e insomma, per molti versi 34 è davvero molto ma molto meglio che 17, non solo per quanto riguarda i venerdì.

La cosa davvero esaltante di tutto questo film che mi sto facendo è che venerdì scorso avevo addosso un paio di jeans acquistati proprio in questo periodo 17 anni fa, e non solo mi entrano ancora dopo milioni di passaggi in lavatrice e due gravidanze, ma sono stinti e consunti in quel modo perfetto che o li compri già perfetti oppure ci devi vivere un sacco di tempo. Non sono magra quanto vorrei perché mangio troppe schifezze e con troppo disordine per restare davvero in forma, però nonostante la panzettina e quel chiletto o due di cellulite nell’interno coscia, entrare ancora in quei jeans mi riempie di pacato orgoglio. Su Facebook ho pure aggiunto che quindi tutto bene per il dietro liceo, molto meno per il davanti museo, ma in realtà non ho nemmeno troppe rughe, per essere una che non cura la pelle del viso se non nel mese successivo a quando le mie amiche mi regalano una nuova cremina, poi basta fino a Natale successivo, tranne gli anni in cui ci regaliamo tazze o vasi o cose per la casa, che è poi un’altra conferma del fatto che siamo grandi e ci facciamo regali da persone adulte.

Comunque. 34, gente. 34.

Lunedì e martedì ho svuotato un paio di ante dell’armadio e metà del garage, lavando anche un po’ di cose, perchè prestiamo a un bimbo che nascerà tutte le migliaia di cose che abbiamo ritenuto necesssario nonchè indispensabile acquistare o farci regalare per i nostri: oltre al trio, con le ruote tutte consumate dai km che ci facevo a piedi con le borse della spesa appese ai lati, passeggino, navetta, ovetto, sdraietta, vaschetta, seggiolone da casa, seggiolino per i ristoranti, sediolina per fare il bagnetto senza che il pupo cada in acqua, box, sacchi nanna, piumini, piumoni, palestrine. Come abbiamo fatto a farci stare tutta questa roba ion casa nostra, io mi sono chiesta, però stavo imbrogliando, perché un pochino di magone nel cuore ce l’avevo, ed era più forte adesso che li prestiamo via di quando li ho lavati e portati giù perché ormai non servivano più. Quando abbiano iniziato ad essere necessarie tutte quelle cose per crescere un figlio non mi è del tutto chiaro nemmeno adesso. Però costa un sacco, ed è bello porterlo prestare a qualcun altro, perchè in pratica metti via tutto nuovo, anche con due figli a due anni di distanza uno dall’altro.

L’idea di una nuova gravidanza, un altro post partum, altre coliche e dentini e tutto quanto, semplicemente mi atterrisce, non credo sopravviverei psicologicamente al vedere il mio corpo deformarsi nuovamente e metterci di nuovo una vita per tornare quasi (per niente) come prima, però quando li presti via capisci che tu mai più, che non sentirai più i calci dentro la pancia (oppure sì, ma sarà la caponata) e un pizzico piccolo piccolo di nostalgia ti viene. Ma piccino piccino picciò, e vola via subito.

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