Mentre tutti gli altri lavorano.

​È forse la peggiore tra le conseguenze di un’educazione cattolica il fatto che la colpa aumenti il piacere di un’esperienza già di per sè niente affatto sgradevole: tutti sanno che il gelato consumato in  clandestina solitudine a tarda sera, soprattutto se è l’ultimo e nessun altro sapeva della sua esistenza nei reconditi anfratti del cassetto del freezer dove lo avevi casualmente infilato allo scopo precipuo di tenertelo esattamente per questo momento, beh, è peccaminosamente buono, molto più di quello consumato alla luce del sole. 

Molti di noi iniziano a desiderare follemente un cibo che finora li lasciava indifferenti proprio nel momento in cui scoprono di essere allergici o semplicemente intolleranti, per lo stesso motivo: non dovremmo ma lo facciamo ugualmente, alla faccia vostra. Che poi è la nostra, perché le conseguenze allergiche o adipose non colpiscono altri che noi medesime, ma non ha importanza, possiamo pur sempre protestare (mentendo) la nostra innocenza davanti all’impietoso specchio, tanto nessuno ci ha viste mangiare. Non funziona così solo per il cibo; secoli di letteratura prima e poi di cinema e serie TV ci hanno insegnato che su nessuna storia d’amore legale soffia il vento di passioni in grado di rendere veramente indimenticabile tutte le Anna, le Emma e le Giulietta di questo mondo. È necessario trasgredire, per assaporare fino in fondo, anche se si tratta di regole che ci siamo imposte da sole nella vana illusione di riuscire finalmente ad assomigliare a quella creatura meravigliosa che vorremmo gli altri pensassero che siamo.
Funziona anche con le vacanze, il cui sapore di libertà aumenta in proporzione diretta alla consapevolezza che gli altri invece, stanno ancora lavorando. Belle le ferie lunghe, ma vuoi mettere quelle mezze giornate di permesso in cui ti riprometti di infilare settemila commissioni e invece perdi mezza mattinata davanti al caffè di un bar, doppiamente in ferie dal lavoro e dai figli, MENTRE TUTTI GLI ALTRI LAVORANO?
Io l’ho fatto stamattina, infilandoci dentro sei o sette commissioni, ma anche perdendo una buona mezz’ora abbondante seduta al solito bar con un caffè a leggere le terrificanti didascalie scritte dal parrucchino di Sandro Mayer.

È stato mentre voi stavate lavorando, è stato perfetto.

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