Due libri di Mariapia Veladiano.

Pochi giorni fa nella minuscola biblioteca del paesino dove vivo mi sono ritrovata tra le mani un libro di Mariapia Veladiano. Mi avevano consigliato di leggere i suoi libri ancora l’anno scorso, ma per qualche ragione avevo accantonato quel nome, quasi certa di non poter trovare nulla per me dentro il romanzo di una professoressa di latino che immaginavo rigida e bacchettona. Sbagliavo.

Veladiano insegna a Vicenza, la città capoluogo della mia provincia, e le sue storie si svolgono nelle vie del centro: l’eleganza discreta e insieme imponente dei suoi palazzi ritorna in ogni singola riga dei due romanzi che ho letto finora.

Vi è, tra le righe fluide della sua prosa curata, il garbo pacato del romanzo borghese del novecento italiano, dove non mancano passione, tormento e dolore, ma tutto è narrato con pennellate lievi e delicate. Sono romanzi all’acquerello privi delle forme sincopate e forzatamente colloquiali della narrativa contemporanea, anche di livello, eppure scevri del pomposo autocompiacimento per gli arcaismi che ci si potrebbe forse attendete da una classicista. Si intuisce un labor limae delicato eppure costante, e non manca un generoso attingere al dolore del vissuto personale indispensabile alla credibilità letteraria.

La vita accanto racconta di una famiglia distrutta e del bullismo acuminato che perseguita chi sfugge ai canoni estetici, dell’omertà degli ambienti bene della provincia italiana.

Gusto per la musica, profonde conoscenze botaniche ed efficaci schizzi dei luoghi della mia Vicenza creano lungo le righe l’atmosfera di rarefatta eleganza che si intuisce sbirciando appena tra gli arabeschi dei portoni nobili. Alla protagonista Veladiano riserva infine il riscatto pacato e silenzioso di coloro per cui certe porte resteranno per sempre inesorabilmente chiuse. Non c’è rabbia nella sfumatura di rimpianto sottile appena sotterranea che attraversa il breve romanzo, bensì pacata rassegnazione e quieta consapevolezza dell’indifferente crudeltà della natura umana.

La medesima crudeltà definisce anche il seduttore dal cui punto di vista si dipana la breve Storia quasi perfetta. Una disegnatrice, Bianca, porta i suoi progetti al titolare di uno studio di design in piazza dei Signori, lui si innamora dei suoi dipinti e anche un po’ di lei, il tanto che basta a illuderla, a essere credibile per il tempo necessario. Eterea e delicata, fragile e forte, si lascia cadere, osservata con la sarcastica invidia da tutte coloro che sono cadute prima di lei e ora lavorano per lui. Le sceglie una alla volta, non mente mai, limitandosi a raccontare quel tanto di verità vera in quel momento e rifiutando di accoglierne troppa da loro. A momenti sembra quasi cedere lui medesimo, eppure l’inevitabile annunciato dal titolo stesso del romanzo avanza, come è già accaduto a ogni donna, come è destino che accada. Echi del dongiovanni di kierkegaardiana memoria si alternano a delicate viste di una città elegante e contenuta, e ancora ritornano i fiori mentre nel sottofondo gorgoglia ingannevolmente placido il Bacchiglione.

Sono libri da leggere per chiunque abbia mai attraversato la città palladiana, sono libri per chi ha vissuto abbastanza da sapere che non fare nulla è l’unico modo, a volte, di sopravviversi, sono libri per chi conosce il dolore che non sta bene piangere in pubblico.

Sono libri rarefatti eppure densi, dove il fluido scorrere del discorso indiretto libero indulge solo raramente all’irruenza moderata del flusso di coscienza, sempre accortamente filtrata dalla penna lieve e accorta di Veladiano.

Solamente il piacere di questa tardiva scoperta di una penna conterranea tanto elegante supera il rimpianto per non aver ascoltato subito quel lontano consiglio.

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