De Botton sull’amore, vent’anni dopo gli Esercizi.

Era il 1993, era l’amore ai tempi del telefono fisso e delle segreterie telefoniche, quando dovevamo uscire con qualcuno almeno dieci o dodici volte prima di scoprire quei due o tre disturbi della personalità che ora Facebook rende impossibile ignorare molto prima del primo appuntamento, quando ancora potevamo fingere di non aver ricevuto gli SMS senza doppie spunte rivelatrici, e fissare il telefono fino a tarda notte ordinandogli di accendere una busta piena di promesse senza sembrare disperatamente online alle due del mattino.

Era il 1993, e il protagonista degli Esercizi d’Amore di Alain De Botton poteva innamorarsi di Chloe su un volo da Parigi a Londra, dando vita a un libro singolare in cui ogni prezioso istante di quel salto nel vuoto che chiamiamo innamoramento veniva raccontato con lieve ironia e contemporaneamente analizzato con straordinaria lucidità.

L’amore iniziava, si consolidava e poi terminava, come sempre accade, da una sola parte, lasciando il narratore -ostinatamente senza nome per l’intera lunghezza del libro- in balia della tristezza dei lasciati, dolorosamente consapevole della vanità di qualsivoglia tentativo di razionalizzare la delusione, accettandola.

Sono passati vent’anni dallo straordinario esordio di un allora venticinquenne De Botton, che nel frattempo ha pubblicato numerosi saggi e libri, ma rimane immutata la sua straordinaria capacità di raccontare le tribolazioni di ciò di cui parliamo quando parliamo d’amore.

Lo fa in un altro volume in cui narrativa e saggistica si fondono con sorprendente fluidità e armonia, uscito a settembre nuovamente per Guanda, Il corso dell’amore. Il filosofo inglese lavora di precisione lungo le pagine come chirurgo sentimentale, esplorando la relazione tra Kristen e Rabih, architetti entrambi, lei scozzese, lui di drammatiche origini libanesi. Si incontrano, si innamorano, litigano sui bicchieri di IKEA, fanno due figli, frequentano un terapeuta, uno dei due tradisce, inevitabilmente. La costruzione del racconto ricorda qualche episodio della prima serie del manifesto femminile degli anni ’90, Sex and The City, quando Liz Tuccillo, di lì a poco autrice del sacrosanto “La verità è che non gli piaci abbastanza”, riusciva ad alternare alla storia centrale una serie di commenti esterni che incorniciavano il qui ed ora, accostando punti di vista esterni e contrastanti.wp-image-273139556jpg.jpg

Quando stacca dalla tragica ordinarietà del menage familiare di Rabih e Kristen, in cui è impossibile non riconoscere se stessi e l’altro colpevole del miglior errore della nostra vita, De Botton analizza con consapevole lucidità emozioni, sentimenti, insicurezze e drammi personali di ciascuno. Lo fa attingendo a piene mani ad una filosofia quanto mai consolatoria, tanto lontana da complesse elucubrazioni esistenzialiste ed epistemologiche su cui ci annoiavamo al liceo quanto finalmente vicina al male di vivere contemporaneo nel ricordarci, come già sapevano molto bene le nostre rassegnate antenate, a diffidare della retorica romantica di come il matrimonio dovrebbe essere e accettare, con infinita tolleranza e non meno autoindulgenza, le altrui e le nostre debolezze. Se Safran Foer racconta il dramma del tradimento virtuale, ancora più grave perché non consumato, riuscendo tra l’altro nell’ingrato compito di rendere letteraria una realtà sentimentale veicolata da marchi quotati in borsa come Facebook e Twitter, De Botton ci autorizza a non vergognarci troppo profondamente dei momenti in cui strangoleremmo volentieri colui o colei il cui amore per noi non è più così stupefacente, bensì abbastanza certo da consentirci di mostrare loro anche i nostri lati peggiori.

Ci suggerisce con delicata ironia che no, non è affatto necessario dirci tutto, poiché più della sincerità spietata a tutti i costi può la gentilezza e la cortesia di accettarsi, per non ritrovarsi alla prima difficoltà a farsi a fette con un’accetta, fosse anche solo verbale ma non per questo meno tagliente.

Un libro da sottolineare e rileggere all’occorrenza, autentica terapia di coppia rilegata da tenere sul comodino, ché la copertina, tra l’altro, arreda quasi quanto un Adelphi.

 

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