Storie terribilmente meravigliose, meravigliosamente terribili storie.

Qualche giorno fa ho letto non so dove un articolo sul modo che hanno i danesi di fare i genitori, che naturalmente è il modo migliore del mondo da quando sono passate di moda le madri tigri di Amy Chua, con buona pace dei bambini nati dal 2011 al 2015. Sono anche stata tentata di comprare il volume, speravo in una super offerta con Norvegian Wood, che in italiano hanno lasciato proprio Norvegian Wood, con il duplice scopo di impedire che ci rendessimo conto che si tratta di un libro su come i norvegesi impilano la legna del camino e far incazzare tutti i lettori di Murakami che invece sanno bene che Norvegian Wood “quello vero” è su un altro scaffale.

Non avendo un caminetto e avendo due figli troppo italiani per poter utilizzare con loro qualcosa di danese oltre ai butter cookies e alle costruzioni LEGO, comunque, mi sono limitata alla lettura di quell’articolo, il cui spessore era tale che ora mi ricordo solo della parte in cui diceva sostanzialmente di non edulcorare troppo la realtà o la finzione ai nostri figli.

Nelle fiabe nordiche succede così, c’è tutto un risvolto cupo e tragico che consente ai bambini di entrare in contatto con il concetto di morte e sofferenza, per dire, per esempio la Sirenetta di Disney si sposa il principe mentre quella della storia di Andersen muore.

Tutto questo mi ha condotto, nella mia errabonda e imprevedibile attività di libera associazione mentale, a ricordare Phoebe di Friends che fino ai trent’anni non aveva mai visto la fine di Bambi così come molti altri film perché sua madre voleva proteggerla, però sua madre si era suicidata mettendo la testa nel forno. Ma se abbandoniamo per un attimo dahl_stregheFriends e torniamo d’un balzo alle storie nordiche un po’ dark, ecco, c’è un nome che non può non apparire istantaneamente in sovraimpressione a tutti i nostri confusi e creativamente disordinati pensieri, ed è quello, meraviglioso e amatissimo di Roald Dahl. Che non a caso, nonostante fosse inglese (gallese, se non ricordo male) aveva origini norvegesi, vedete che per dirla con un danese reso abbastanza famoso da un altro inglese*, c’è del metodo in questa follia.

Roald Dahl è quello che ha consegnato all’imperitura memoria la Fabbrica di Cioccolato, con Willy Wonka e gli Oompa Loompa, ma anche Matilda, il GGG e soprattutto loro, le deliziosamente orribili Streghe. Io ricordo ancora con sorprendente chiarezza il columetto in brossura degli Istrici, illustrato da Dahl, e quelle streghe dai grandi piedi che soffrivano teribilmente a indossare le scarpine strette (fin da bambina avevo i piedi molto delicati e sofferenti, era una cosa che mi colpiva nel profondo, il dolore di piedi), ma anche la signorina Spezzindue. la terribile terrificante preside della scuola di Matilda, che voleva leggere (e io volevo leggere, e mi sentivo molto vicina a Matilda quando mia madre mi ricordava che era ora di spegnere la sera oppure che so, preparare la tavola, mettere un minimo di ordine nella mia cameretta e altre forme di tortura e sfruttamento del lavoro infantile di cui solo ora che sono madre a mia volta riesco vagamente a intravedere il senso profondo, italiano o danese).

Comunque io di Dahl avevo letto anche un altro volume, che avevo amato follemente, ed era quello delle Storie Impreviste e ancor più impreviste: lo humor nero, sottile, con il gusto del macabro e un profondo, beffardo senso dell’ironia che non manca nei suoi libri che ho menzionato prima, nei racconti trova la forma perfetta per esprimersi al massimo; i coniugi di cui seguiamo con partecipe emozione la nascita del figlioletto si rivelano dopo pochetutti_racconti_dahl pagine avere un cognome molto, molto sinistro, rovesciando istantaneamente la nostra percezione e lasciandoci improvvisamente disorientati, il vecchio giocatore che scommette un dito contro le ricchezze della coppia e alla fine rivela un terribile segreto, la signora che non solo riesce a uccidere serenamente il marito, ma fa mangiare l’arma del delitto nientemeno che ai poliziotti intervenuti sulla scena del crimine, e molti altre incredibili storie pervase di quel dark humour che a me, personalmente, fa impazzire popolano la raccolta pubblicata poche settimane fa, che ne include alcuni finora inediti in Italia.

E’il libro perfetto da leggere in un pomeriggio di pioggia, al caldo sulla poltrona avvolti in una coperta. Al sicuro, insomma. E per chiudere il cerchio, checchè ne dica la scienza del danish way to parenting, io non li leggerei ai bambini, perché c’è un tempo per ogni cosa e bisogna aver vissuto almeno un poco per sviluppare abbastanza distacco e senso dell’ironia per apprezzare queste storie quanto meritano: terribilmente tanto. 

*Parlo del principe Amleto di Danimarca, ovviamente, e del Bardo Shakespeare. 

 

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