Rompere piatti, aggiustare persone.

Ogni tanto (non troppo spesso, sono pur sempre orgogliosamente bionda) mi capita di pensare, sulla scia di eventi e conversazioni e anche libri, a quanto sia importante e insieme complicato accettare se stessi, prima ancora degli altri, e come accettare e perdonare se stessi sia spesso fondamentale per riuscire a provare un po’ di empatia e indulgenza verso gli altri, a cui spesso è difficile perdonare più i pregi che i difetti.

Spesso scrivere mi ha aiutata molto a capire che non sono come penso che dovrei voler essere, e anche a dire okay, evidentemente sono questa e non quella, ad agire di conseguenza, o anche a non farlo. Nel senso che pur restando impulsiva e irruente come sono stata sempre, sto iniziando a rendermi conto del fatto che a volte semplicemente non c’è niente da fare, bisogna stare seduti lì e aspettare. Nel frattempo però bisogna stare in ascolto, e cogliere il momento giusto, quando invece fare o non fare, dire o non dire, agire o esitare, ecco, fa tutta la differenza.

Non so se le cose accadano davvero sempre quando dovevano accadere e non sono abbastanza buddhista o comunque stoica per riuscire sempre e comunque a non fare niente, però certe volte sì.

Tu stai lì e aspetti e aspetti e magari anche ti dimentichi che stavi aspettando poi un giorno ti svegli e succede. É una specie di epifanìa in cui per un istante solamente il velo di maya si solleva e tu riesci a vedere il mandala completo tessuto pazientemente da mani invisibili che possiamo decidere se chiamare con il nome di un dio o semplicemente destino, salvo poi dimenticare tutto un istante dopo altrimenti vivere sarebbe impossibile e vano, non c’è destinazione che abbia senso senza il viaggio per raggiungerla.

Però quando succede che capisci, e insieme capisci che sta succedendo, la sensazione di sorpresa si mescola alla sottile consapevolezza che no, non è così inatteso, né così incredibile, era tutto lì, era solo questione di tempo, come se tutto quello accumulato finora, lungi dall’essere stato sprecato, sia invece servito a far sì che le cose accadessero nel modo fluido e spontaneo e giusto per cui capisci di aver aspettato finora. Sì, proprio questo.

C’è una frase di Banana Yoshimoto che dice più o meno quello che sto malamente cercando di dire io, fa così

“Ognuno di noi pensa di avere molte strade e di poter scegliere da sé. Ma forse sarebbe più esatto dire che sogna il momento di scegliere. Anche per me è stato così. Ma ora lo so. Lo so con tanta chiarezza da poterlo mettere in parole. La strada è sempre decisa, non però in senso fatalistico. Sono il nostro continuo respirare, gli sguardi, i giorni che si succedono a deciderla naturalmente.”

E’ una visione molto più autentica del piatto homo faber fortunae suae latino, che comunque è sempre stato un mantra della mia vita, nel senso di non aspettare che gli altri facciano accadere le cose per me, ma lavorare duro per creare i pressupposti perché succeda.

Probabilmente, per citare quel signore che giorni fa disse a chi gli faceva gli auguri di compleanno, di avere molti più ieri, che domani, inizio anche io ad avere abbastanza ieri per capire i giapponesi, che comunque resta più facile, da molti punti di vista, che capire me stessa.

Poi ci vuole anche il coraggio per dire sì, facciamolo accadere, decidiamo che una cosa ci piace e vogliamo farla, o che ci abbiamo provato e proprio non riusciamo, oppure che veramente non ci piace, bisogna ascoltare la pancia e il cuore e l’istinto, ragionare ma non troppo. Al corso di economia di federico testa a verona ti insegnanavo tutti gli esercizi sulla valutazione del ROI, e  alla fine del corso ti dicevano che okay, avevi imparato gli esercizi, ora dovevio dimenticarteli, perchè la realtà non segue mai gli schemi, e io ho sempre pensato fin da allora che fosse un eccellente insegnamento, non di economia, ma di vita.

Ed era vero.

A volte bisogna anche rompere piatti, per aggiustare le persone.

 

 

 

 

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