L’arte di essere fragili.

Ho comprato un libro quasi solo per la copertina, semplicemente meravigliosa, e solo in piccolissima parte per le recensioni che ne ho letto in giro. Si intitola L’arte di essere fragili e l’ha scritto Alessandro D’Avenia, di cui non ho ancora letto nient’altro, ma che leggo essere un giovane professore di lettere, uno di quelli in grado però di cambiare la vita di chi ha la fortuna di essere suo alunno. Io ho avuto più di un insegnante così; la mia maestra delle elementari, Anna Laura, di cui ho scritto qui, e il professore di Filosofia del liceo, di cui ho scritto anche qui, tra gli altri. 

Il libro parla di Leopardi, è una raccolta di lettere che l’autore immagina di scrivere al giovane Giacomo, riprendendo e commentando in modo semplice ma mai banale brani dalle sue lettere a Pietro Giordani, agli altri intellettuali del tempo, o dallo Zibaldone, o ancora dalle sue poesie. Leopardi è nel canone delle letterature italiane studiate fin dalle medie, tutti abbiamo ben impresso quel mazzolin di rose e viole, legato magari al viso arcigno di qualche professoressa che pretendeva ci ricordassimo la data di vita e morte, e il fatto che le rose e le viole non sbocciano contemporaneamente e quel mazzolino, in realtà, non poteva esistere. Il sabato del villaggio è diventato titolo di trasmissioni TV e di una rubrica che amavo molto, sul Cucchiaio d’Argento di qualche anno fa, ormai purtroppo sparita per lasciare spazio alla complicatissima ricetta video step by step di prosciutto e melone. 

Questa siepe che dà tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude torna alla mente ogni volta che ci troviamo davanti a una siepe, a contraltare con il buio di Harper Lee, ma quella è un’altra letteratura. Tutti i colli sono ermi, dopo la seconda media, e io naufragar ci è dolce in questo mare, sebbene odiose e tristi parafrasi abbiano spogliato quei versi geometrici di tutto il complicato fascino che solo un gioielliere della parola ha saputo incastonare in un sonetto imperfettamente perfetto di quindici verso scolpiti nell’anima. 

Il libro è bellissimo. Parla della funzione salvifica della letteratura, dell’importanza di conservare lo stupore verso le cose del mondo, del coraggio di trovare la propria strada e lottare per intraprenderla, della fatica necessaria, del dolore, della gioia profonda e dell’angoscia dell’artista, della noia, così nota ai giovani e meno, della paura. Tra i commenti alle parole di Leopardi l’autore inserisce con garbo rispettoso frammenti di vite adolescenziali che molti lettori e studenti gli hanno affidato, paragonandole allo struggimento del giovane Giacomo e anche al proprio, non sempre superato, nonostante la fine dell’adolescenza. Non riesco a scrivere sui libri, eppure diversi passaggi meriterebbero di essere sottolineati e ripresi. Dall’adolescenza non si esce interi, eppure come il seme che deve rompersi per dare vita, dice D’Avenia, dobbiamo accettare di romperci per germogliare e uscire dalla terra verso il sole. È, in nuce, la stella danzante che esce dal caos di Nietzsche, è Aprile, il mese più crudele che genera gigli dalla terra morta di Eliot, ed è sorprendente che un giovane gobbo e di poco piacevole aspetto, rinchiuso nella sua torre eburnea di “studio matto e disperatissimo” abbia saputo raggiungere tali vette di pensiero. Uno a cui siamo stati abituati a pensare un po’ come uno sfigato, gobbo, mai ricambiato nei suoi slanci amorosi, e che pure è riuscito a lasciarci il Canto Notturno di un Pastore Errante dell’Asia, a cui la mia mente torna ogni volta che alzo lo sguardo a contemplate la silenziosa bellezza della Luna. 

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale. 

Conserverò con cura questo volume dalla sovraccoperta così poetica, aspettando l’adolescenza dei miei figli per dire loro, ancora una volta, che nessuno sta solo sul cuor della terra, finché al mondo ci sarà ancora la poesia. 

P


Annunci

One thought on “L’arte di essere fragili.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...