Post *vagamente* ad personam.

Una volta, un sacco di tempo fa, in un libro ho trovato una frase che da allora mi è rimasta stampata in testa con la cocciutaggine delle informazioni tutto sommato superflue. Diceva “l’opera non è finita finché non canta la cicciona”. L’ho usata oggi in una email privata, e mi rimbalza in testa di continuo, come il ritornello di una canzone estiva. 

Ci sono un sacco di meme in giro sull’internet, incluso l’ovvio e sempiterno keep calm & It ain’t over /Till the fat lady sings. 

Quanto ero incinta del grande ci avevo anche fatto una t-shirt, ma al posto di sings avevo messo “screams”, la cicciona ero io (non mi sono mai piaciuta con la panzona, manco un solo giorno) e lo scream era il grido del parto. Avevo fatto anche “I carried a watermelon”, (noi, le ragazze di Dirty Dancing) stampato proprio sopra la pancia. Poi erano di cotone, le ho lavate e passate in asciugatrice, è finita che all’ottavo mese del secondo non ci stava né la cicciona (io) né il watermelon. Dopo la gravidanza le ho nascoste, non voglio mai più indossare roba premaman. 

Con un apparente salto di palo in frasca, anche se in realtà per motivi che non vi sto a spiegare c’è un collegamento più che valido per me, e riguarda i padri e le figlie, volevo anche scrivere che oggi la mia professssoresssssa di inglese del liceo (che però non c’entra nulla con le dimensioni medie di un soprano, era magra) mi ha segnalato un blogger e un libro che, Mea culpa, Mea culpa, Mea maxima culpa, non conoscevo, e che mi piace molto. Si chiama Matteo Bussola (il blogger, beninteso), scrive molto bene delle cose piccole e insieme grandi che rendono l’esperienza di essere padre (nel mio caso madre) un’avventura costante, a volte facile, altre meno, ma intensa e sorprendente per tutto il tempo e oltre. Il libro si intitola “Notti in bianco, baci a colazione”, l’ho iniziato oggi ed è davvero poetico, e dolce, e insieme ironico. 

Scrivendo professssoresssssa con una voluta generosità di s mi è tornato in mente all’improvviso quando lo dicevamo in classe, esplodendo la labiale sorda, accentuando le s e saltando tutto quel che stava in mezzo perché così si faceva prima, ed era tutto un “p’soressa” di qua e un “p’soressa” di là. Oppure “prof”. Ma di solito “la prof”, “il prof” lo usavi quando parlavi di loro, non con loro. 
Mi è tornato in mente quando ha detto che avremmo fatto Jane Austen la volta dopo e io sono partita sparata con l’incipit più denso della storia della letteratura inglese, quello sulle verità universalmente riconosciute, ci sta dentro un romanzo e uno Zeitgeist in un incipit così. Mi è tornato in mente il lettore madrelingua che era argentino con delle r polivibranti che neanche Navarrrrro Rrrrruiz del Prrrrrrado, ma siccome aveva il passaporto britannico poteva fare il madrelingua di inglese, e chiedeva can you listen me intendendo can you hear me, e volevo morire lì. Ci fu anche una Josephine (non so più se si chiamasse davvero Josephine, ma aveva la faccia da Josephine), ricordo ancora la sua voce salire e scendere nel declamare la poesia di Hughes sulla mucca che I splash to the dirt / it does me no hurt, e la mucca dondolava le mammelle (swinging her udder / and singing) , quante volte ho declamato questa poesia al grande nelle lunghe notti in cui non arrivava il latte e io cantavo nursery rhymes sull’orlo della follia. 

Mi è tornata in mente la fearful simmetry di Tiger Tiger, burning bright / in the forest of the night, e il controcanto di Little Lamb / Who made thee nella pagina a fronte. E ancora, The ancient Mariner, quando Fiore portò la versione sonora degli Iron Maiden. E  Dulce et decorum est / pro patria mori, che è latino ma è anche the old lie della poesia di Wilfred Owen, il Sir J.Alfred Prufrock di Eliot, let us go then, you and I, when the night is spread out against the sky, ho sempre pensato a quella sera distesa contro il cielo, osservando il crepuscolo di certe giornate al mare. 

Mi è tornato in mente il sonetto di Shakespeare quando dice “Palm to palm is the holy palmer’s kiss” che molti anni dopo mi fece vincere un piccolo quiz sull’origine del cognome Palmieri, e un sacco di altri frammenti di vita liceale abbelliti dal gentile filtro del tempo, sempre la migliore versione di Photoshop. 

Mi è tornato in mente quando la “p’soressa” ci ha raccontato di essersi iscritta all’università a un seminario dal titolo “Donne” pensando fosse una cosa femminista e invece era sul poeta John Donne. E di quando, credo nella stessa lezione, ci disse delle femministe, e che solo quelle abbastanza ricche per comprarne altri subito dopo bruciavano davvero i reggiseni, le altre no, le altre studiavano e basta. È stata uno dei principali motivi per cui ho scelto lingue, “la Frigo”, e non mi importa se questo post così ad personam suona una sviolinata, mi ha già dato da molto tempo tutti i nove che volevo. E anche due o tre che non penso di aver meritato affatto, bonus.

Il liceo l’avevo scelto per via di un corso di tedesco alle medie, con una professoressa che si chiamava Olivetta e me la immaginavo sempre un po’ come una macchina da scrivere parlante, e poi dalla terza diventò davvero la mia prof di tedesco. L’onestá intellettuale mi costringe ad ammettere che avevo scelto quel liceo anche perché a gennaio della terza media avevo visto nel sottoscala un distributore di gelati Algida, che poi però a settembre risultò misteriosamente sparito. Non ho mai davvero perdonato al mio liceo quel tradimento, così come non ho mai veramente superato il trauma psicologico connaturato alla dolorosa scoperta che il quarto anno della sperimentazione Brocca del linguistico prevedeva SETTE ORE di matematica e fisica a settimana e solo tre d’inglese, e ho capito che era uno scientifico di base, ma santociélo. Del resto tutti quegli esercizi su treni che partivano da lati opposti dell’Italia e non capivo mai perché e quando si sarebbero incontrati non mi hanno certo impedito, anni dopo, di perdere un treno da Milano Centrale per Lione mentre LO GUARDAVO PARTIRE comodamente seduta sul mio trolley da venti minuti, e poi prendere molte ore dopo un notturno stando tutta notte sveglia con i soldi stretti al petto e due rumeni che russavano sotto alle nostre cuccette. Eravamo due colleghe, due Alessie, forse questo spiega molto, se non tutto. Anche lei linguistico e lingue, anche lei esercizi di fisica. Non insinuo nulla, per carità. Era un liceo romano, il suo. Però. Passammo due ore nette a Lyon e circa 74 in treno, fu una cosa disumana.

Chiuderei questo post, in pieno stile Vita e opinioni di Tristram Shandy, stream of consciousness come non ci fosse un domani, anche perché avendo impiegato circa due ore e mezza a scriverlo, una frase alla volta, preparando la cena, costruendo fortini di cuscini, lavando bambini e piatti credo forse anche contemporaneamente, a tratti, non sapevo davvero dove sarei andata a finire, quando cominciato. 

Ma “c’è del metodo in questa follia”, e se ho fatto sorridere lei, e anche te, allora siamo a posto. 

Immagine (crediti)

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