Quella me. 

Stamattina mi sono guardata nello specchio del bagno. Avevo quel miracoloso minuto di tempo in più che rende perfino possibile pensare a ciò che stai facendo, anche se certi gesti quotidiani sono ormai così automatici da non richiedere la minima concentrazione. Ho premuto due o tre gocce di crema BB sulle dita, ho iniziato a spalmarmela in faccia, partendo dal centro, verso l’esterno. Di solito lo faccio sempre con le dita, frettolosamente, e a volte mi interrompo a metà chiedendomi perché io stia premendo con tanta forza, come se volessi cancellarmi la faccia oltre a nasconderla sotto il millimetro di illusoria difesa della crema colorata. Ho rallentato e ho preso il pennello, ho steso con un minimo di clemenza la crema valicando perfino l’invisibile linea di confine della mandibola, poi un po’ di polvere chiara, una riga di matita nera sulle sopracciglia, invariabilmente più grossa quella sull’occhio destro perché devo tenerlo chiuso, e da quello sinistro non vedo un accidenti, o quasi. Mascara, sventolata di capelli, testa giù, testa su, occhiali. 

E’ arrivato il piccoletto, cosparso di briciole di biscotti e cantando a squarciagola che gli scappa la pipiiii gli scappa la pipiii, abbiamo fatto la pipì, tolto il pigiama, l’ho annusato prima di piegarlo perché sa di buono e di bambinitudine e di sogni e di coperte e anche un po’ di bagnoschiuma, lui è corso in cucina a vedere Blaze e prendere i vestiti già pronti sul tavolo, io mi sono guardata di nuovo allo specchio e sorridevo con gli occhi.

Mi è tornato in mente un momento di tanti anni fa, avrò avuto dodici, tredici anni. Dietro la porta della mia cameretta, accanto alla libreria, era appeso un pannello di truciolare rivestito di un tessuto azzurro cupo, con delle tasche, dentro ci tenevo i miei braccialettini, spazzole, le cose di una bambina che sta diventando grande, ninnoli, i primi trucchi. C’era il posto per uno specchio di quelli da tenere in mano, rotondi con il manico, era rivestito di una tela di cotone nera a fiori, con il pizzo bianco tutto intorno, era piccolo e vezzoso. Anche quello, come il pannello rivestito, era un dono di mia madre. Con la lucidità sorprendente delle volte in cui sei stranamente consapevole di stare vivendo la creazione di un ricordo destinato a restare, la me tredicenne si guardava in quello specchio cercando di capire quali dei lineamenti paffuti di bambina sarebbero rimasti nel mio viso, come si sarebbero trasformati, che donna sarei stata.

Non succede spesso che io mi ci riconosca, in quello che vedo allo specchio, ma stamattina, pur non piacendomi, mi corrispondeva, e mi sono ricordata di quel preciso istante di tanto tempo fa. C’era quella ragazza di tredici anni a guardarmi oltre lo specchio, appena sotto la donna. Lei è una parte di me, io sono ancora un po’ lei, con diversi strati in più, e qualche pezzo in meno.

Poi suonava il telefono, erano le otto e venti, sono schizzata a rispondere, vestire i bambini, scarpe felpe giacche berretti chiavi e via. 

(madre mi telefona nel pomeriggio perché a lei e padre non piace la mia foto profilo di Facebook, vuole che la cambi, me lo dice ogni volta che ne metto una con una smorfia, oppure tagliata a metà, o strana, o con troppo trucco, dice che in quella foto ho la faccia storta. E’ vero, ma io ce l’ho sempre, il viso asimmetrico, in quella foto è voluto, è come quando racconti una roba terribilmente imbarazzante che ti è successa e tutti ridono e allora smetti di vergognarti, perché sei tu a decidere che possono ridere, e di cosa, e quanto, nel momento stesso in cui decidi come raccontarlo. La foto rimane.)


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