Capelli rossi. 

Questa cosa del rosso mi sta prendendo la mano. Oggi li ho fatti di un rosso strong, abbandonando i rassicuranti lidi del ramato biondo finora osati con trepidante esitazione per una virata decisa verso quello che definisco “rosso premenopausa”, e cioé una roba artificialissima e brillante. Si tratta di un rischio piuttosto calcolato, perché il mio tipo di capelli (non riesco a scrivere la parola capelli senza sentirla pronunciare dalla Ferragni nella pubblicità Pantene, disgraziatamente) scolora molto in fretta. In teoria verso la fine della settimana prossima saranno rossi e basta, mi sarò abituata un po’, e smetterò di sembrare una a cui si è rovesciato in testa un secchio di vernice.

 
In teoria. 

Nei giorni scorsi ho letto “La donna dai capelli rossi” di Ohran Pamuk, comprato perché era in ultima di copertina della Lettura e perché volevo avere una ragione abbastanza letteraria per tingermi i capelli di rosso. Il libro è una interessante trasposizione contemporanea della tragedia di Edipo Re, che uccide il padre e sposa la madre. Tutto questo dopo aver risolto l’enigma della Sfinge, pare. Un giovane talentuoso che ai nostri tempi avrebbe già creato e affondato cinque o sei startup, questo Edipo. 

Un secolo e oltre di freudianesimo (o pseudo-post freudianesimo) hanno contaminato irrimediabilmente la tragedia di Sofocle, accentuandone in modo esagerato il lato incestuoso (un tabù, non a caso) e dimenticando il nucleo vero e proprio di ineluttabilità del destino, che poi è la quintessenza medesima della tragedia. 

Pamuk trasporta il dramma di Edipo nella Turchia moderna, scegliendo per il ruolo di moderno Edipo un giovane apprendista scavatore di pozzi, Cem, che si innamora follemente di una donna dai capelli rossi, con la quale vivrà una sola notte d’amore. 

Cem trascorrerá lunghi anni persuaso di aver ucciso il suo datore di lavoro, nonchè figura vagamente paterna, avendolo abbandonato in fondo ad uno degli ultimi pozzi scavati a mano. E già qui pensavo di aver colto la quintessenza edipica del romanzo, che però è più complesso e stratificato di quanto la prima parte della storia permetta di presagire.

Molti anni dopo, quando oramai la conurbazione di Istanbul avrà assorbito i luoghi dove si erano svolte le vicende di cui sopra, il non più così giovane Cem -ora imprenditore edile di successo- scoprirà di non avere veramente ucciso il suo mastro, sebbene il senso di colpa per averlo abbandonato lo abbia accompagnato per tutta la vita con la stessa pesantezza di un omicidio veramente compiuto. 

Con un efficace escamotage letterario che gli permette di evitare l’incesto in senso stretto, Pahmuk riesce ad inserire anche un alter ego della regina Giocasta, rivelando un sorprendente legame tra misteriosa donna dai capelli rossi e il protagonista.
Rivelare altro della trama di questo romanzo non consentirebbe ad alcuno di goderne la progressiva accelerazione verso un finale prevedibile eppure sorprendente. Seppur non indimenticabile, il romanzo è costruito con grande maestria tra il passato e il presente non solo della Turchia, ma anche dello spirito della tragedia, sulla quale riflette con profonda consapevolezza e modernità. 

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