The girl from Venice, la nota stonata.

Ieri sera tra i consigliati per me del KoboStore c’era il nuovo di Martin Cruz Smith, profondamente amato per via di Arkady Renko e di Tatiana, e di tutto quel decadentismo russo post sovietico che purtroppo ricorda non troppo da lontano l’attuale pantano italiano. Non è ancora tradotto, non so con quale titolo uscirà qui. 

Ovviamente l’unico modo per vincere le tentazioni è cedere, nonostante tre o quattro tomi cartacei in attesa sul comodino, acquista, scarica, apri. Che delusione, però. 

La nota stonata arriva subito, particolarmente intensa per una veneta, perché il pescatore di Pellestrina protagonista si chiama “Cenzo”, diminutivo di Innocenzo, uno nome molto più siculo che veneziano. Un altro marinaio si chiama “Salvatore”, un nome altrettanto estraneo alle tradizioni di Bepi, Toni e Menego della laguna, tanto da rovinare, almeno per me, i primi capitoli di un romanzo dall’avvio già parecchio appesantito dalle inutilmente lunghe digressioni piscatorie. Cenzo si ritrova in barca una ricca fanciulla ebrea sfuggita alla retata SS nel lazzaretto dove si nascondeva con la famiglia, per salvarla uccide un soldato e la nasconde nella sua barca per qualche giorno, prima di procurarle una via di fuga. L’azione si trasferisce poi a Salò, nell’imminenza della fine della guerra, e la storia sembra prendere un po’di ritmo. Sono arrivata qui, stasera continuerò a leggere. 

L’atmosfera repubblichina mi ha ricordato all’improvviso il romanzo sul quale ho scritto l’elaborato finale di laurea, che chiamarla tesi era un po’ esagerato. Si intitolava “Famous last words”, dello scrittore canadese Timothy Findley, e nel mio elaborato ne parlavo come esempio di metanarrazione storiografica, o hystorical metafiction (suona più figo in inglese no?). 

Purtroppo ho perso il testo della tesi, di cui ho solo una misera copia cartacea macchiata di caffè, ma il libro di Findley è davvero un bellissimo romanzo, anche per chi non ama la poesia di Pound.

Mi ricordo molto poco, avevo terminato di scriverlo per la sessione di novembre ma la mia relatrice non poté leggerlo in tempo, quindi tutto slittò a gennaio, la settimana successiva alla prima (e decisiva, per il mio futuro professionale)  edizione della fiera SIGEP a cui ho partecipato. Lavoravo, non guardai più nulla della tesi fino al pomeriggio prima, ricordo che il giorno della discussione la controrelatrice mi chiese l’anno di pubblicazione del romanzo in Italia, io non sapevo, sparai un plausibile 1985 e dopo la proclamazione la relatrice mi disse ho tremato, ce l’aveva in cartaceo davanti. Come tutti i romanzi di Findley, il libro è molto bello. Ecco la trama, presa da Amazon per pigrizia (mia). Io lo ricomprerò per farne dono a una persona a cui voglio molto bene, ma lo consiglio al lettore casuale di questo blog.

In italiano si intitola “Le ultime parole famose” ed è uscito per i Narratori delle Tavole, stupenda collana di Neri Pozza (ho controllato, poi) pensate, nel 2003.Io mi sono laureata nel 2005, con una faccia tosta encomiabile, e un bel po’ di culo. 
Nei giorni finali della Seconda guerra mondiale, in un hotel sulle Alpi austriache, alcuni soldati delle truppe alleate scoprono un diario-testamento. L’autore, il cui corpo giace nelle vicinanze, è Hugh Selwyn Mauberley, il protagonista dell’omonimo poema di Ezra Pound del 1920. Scrittore americano che, nell’Europa tra le due guerre, sacrifica volentieri il suo genio letterario all’altare della bella vita, nel 1924, a Shangai, Mauberley conosce Wallis Simpson, futura duchessa di Windsor. Nella seconda metà degli anni Trenta, lo scrittore, un esteta che indossa volentieri tutte le maschere più seducenti del tempo, diventa uno dei membri di un misterioso gruppo fascista che annovera tra le sue fila illustri banchieri, militari, aristocratici.


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