Un piccolo regalo grande: Rory’s Story Cubes.

Sabato c’è stata la prima vera festa di compleanno di mio figlio, quello grande. Ha compiuto sei anni. Era ora, dirà qualcuno, ma la realtà è che prima d’ora, dal punto di vista sociale, ecco, non eravamo pronti. Tipo che alle feste degli altri bambini scappavamo via (quando riuscivo a convincerlo ad andarci, e dopo un’agonia di un’ora saldamente appollaiato sulle mie ginocchia) e quindi non aveva senso organizzare nulla più di una torta con nonni&zii, che comunque aveva il suo perché, intendiamoci, ma insomma, era il livello base. 

Quest’anno l’ho visto pronto, e l’event planner che è in me ha prontamente colto l’occasione per organizzare, come si usa dire, un happening esclusivo, nella splendida cornice di una location dal fascino autentico e spontaneo (la sala del prete) con un ricco programma di guest entertainment. Il food&beverage è stato customizzato sulle specifiche esigenze del guest mix (cioè la torta ho finto di farla scegliere a lui, ma poi ho deciso io per una millefoglie con le gocce di cioccolato che era più facile da trasportare, tagliare e gestire fuori dal frigo rispetto ad altre torte classiche, per non parlare della pasticceria moderna che zero, proprio. Bibite e posate e patatine “e tutte cose” le ho prese sempre io al Tosano (Never again, lasciate ogni speranza o voi ch’intrate).

A farla breve con il pierrese, il guazzabuglio di anglicismi che solo una piar (PR, ma letto con accento milanesinglese) riesce a infilare in una frase, abbiamo invitato i suoi compagni e organizzato uno spettacolo di burattini; beh, è stata una cosa formidabile. Il tizio dei burattini si chiama Flavio, ed è accompagnato da Gioia, arrivano, montano tutto il teatrino, fanno animazione prima per scaldare i bambini e metterli a loro agio, preparandoli all’esperienza che stanno per vivere, e poi per quaranta-cinquanta minuti li tengono incollati al pavimento, li fanno ridere, li affascinano e li portano in un mondo fantastico dove tutto diventa possibile. Costa ragionevolmente poco, e sono BRAVISSIMI, e se lo dico io, che sono notoriamente “abbastanza esigente”,  buona camicia a tutti. Li trovate qui. Non mi hanno fatti alcuno sconto-marketta, perché non sapevano e non sapevo che ne avrei parlato qui, pertanto la mia opinione è del tutto onesta e sincera. 

Due cose: oltre al divertimento dei bambini (il mio in primis, ovviamente, ma anche gli ospiti, nessuno vuole una festa in cui si diverte solo il festeggiato, tranne gli stronzi, e io sono stronza sì, ma in modi più sofisticati e meno… Meno stronzi, ecco.) ho visto adulti umani passare cinquanta minuti senza guardare il cellulare, cose dell’altro mondo, e due papà mi hanno detto che era la prima festa della loro vita in cui potevo lasciare lì le adorabili creature per andare a bersi un caffè al bar di sotto senza temere alcun male. Ho letto della gratitudine nei loro occhi. Sì, alle feste vengono i papà da soli, si siedono in un angolo o stanno in piedi, occhieggiano le mamme, che a volte sono davvero MILF, e fanno i bravissimi. Davvero. 
La torta era tipo da matrimonio, perché aspettavo molte più persone di quelle effettivamente intervenute, ed era spettacolare (per fortuna) così tutti hanno fatto bis e ne ho avanzato solo dieci kg. Volevo congelarla come quella di William & Kate, ma temo non sia cosa. 

È stata una cosa impegnativa organizzare tutto, ma l’espressione sulla faccia del mio bimbo ha ripagato d’un fiato tutto quanto, perché così felice, disinvolto e spontaneo tra i suoi amici non lo avevo visto mai, prima. 

Abbiamo ovviamente ricevuto una montagna di regali. Un robot con dentro una scheda elettronica da far invidia a Arduino e un’interfaccia grafica di programmazione e gestione via tablet che vorrei implementare come UserInterface per la domotica di casa nuova, se e quando avremo mai una casa nuova, libro pop up, libri per costruire draghi (oggi ne ho fatti tre, ho le dita piene di colla a caldo e certe ali non sono proprio attaccate dritte, ma i draghi se ne infischiano e pare volino comunque) aerei, giochi sulle feste nel mondo, automobili, robot (di nuovo) che fanno un rumore assordante e consumano in batterie quanto il PIL del Burkina Faso, ma che a lui piacciono moltissimo, un set da prestigiatore grazie al quale io posso fingermi gnocca assistente del mago (dovresti rifarti i capelli biondi mamma però, perché lo sanno tutti che le assistenti dei maghi sono bionde) e poi, tra gli altri che ora non ricordo ma il cui stivaggio richiederebbe una Tremonti ter, un regalo che mi è piaciuto da matti. 

Sembrava il più piccolo di tutti, e come dimensione lo è. Eppure è un dono molto bello, glielo ha scelto il suo amico Leonardo perché lui stesso lo ama molto, e ha voluto regalare la stessa cosa a mio figlio. 

Si chiamano Rory’s Story cubes, e si tratta di una scatolina con nove dadi, su ciascuna delle facce dei quali c’è un diverso disegno, con il quale si può giocare a inventare una storia. Semplice, e geniale. 
Si parla tanto di storytelling, adesso, che altro non è che il fatto di raccontare storie. 

Le storie vendono, affascinano, catturano l’attenzione umana (e la fedeltà dei clienti) fin dalla notte dei tempi, quando le leggende tramandate a voce davanti al fuoco trasmettevano alle generazioni successive le conoscenze e l’identità dei popoli, accumulando strato dopo strato i sedimenti di quello che poi Jung chiamerà inconscio collettivo. Ma l’ho presa larga, come sempre; il nocciolo della questione è che viviamo di storie, ne abbiamo bisogno tutti, chi le legge, chi le guarda alla TV, al cinema, a teatro, su Netflix, su Instagram (chissà perché le hanno chiamate proprio stories, eh)  chi le ascolta al bar, chi le scrive, chi le racconta confermando l’eterna verità che gli aneddoti migliori accadono a chi li sa raccontare, e viceversa. 

Questa scatolina di dadi costa meno di dieci euro su Amazon, non sporca, non fa rumore, non servono batterie né l’ennesimo caricatore USB. (Io, non contenta di tablet, telefoni, ereader, iPod, eccetera ho addirittura un paio di scarpe del seienne che richiedono la ricarica via USB per le lucine lampeggianti nella suola, decisamente psichedeliche, ma principale motivo d’acquisto delle medesime in una giornata altrimenti contraddistinta dal NO costante). 

Ha un solo “difetto”, pretende tempo e impegno a passarlo con i bambini, a guidarli con domande astute e incredibili espedienti lungo i sentieri di Fántasia, dove tutto può accadere. Umberto Eco, nella famosa lettera al suo nipotino pubblicata qualche anno fa sull’Espresso (mi pare sia anche nell’ultima raccolta di saggi e bustine pubblicata postuma dalla Nave di Teseo, dall’evocativo titolo Papé Satan Aleppe) diceva che la memoria è un muscolo, e come tale va allenata e stimolata. 

Ebbene io sono persuasa che lo sia anche la fantasia, e che un gioco così, oltre a farci passare quello che le riviste si ostinano a definire Quality Time (maledette piar, anche qua), possa pure, delle volte, stimolare la nostra, di creatività. 
Sapete, quella cosa del pensiero laterale, dell’approccio anticonvenzionale al problem solving, per cui le aziende spendono (investono, sprecano, fin troppo spesso vittima di fuffologi senza scrupoli né competenze, ma con abbondante faccia tosta) le k mila euro e Google, Apple eccetera scelgono i nerd per lavorare da loro e gli danno le sale da ping pong e le postazioni di lavoro fluide, passa anche da una sciocchezza come questa, nove dadi da lanciare e un infinità di storie da inventare. 

Abituiamo i nostri figli al pensiero creativo, sfidiamoci e sfidiamoli, perché ci sorprenderanno con la freschezza delle loro intelligenze, e semineremo in loro delle capacità che nel mercato di oggi sono già essenziali, figuriamoci tra vent’anni. 

Ecco perché questo regalo piccolo in realtà è davvero grande. 

(L’immagine sullo sfondo della foto è un poster preso da questo libro

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