Un peccato dei miei.

Era in seconda o in terza elementare, credo. Mi ricordo le scomode panche di lucido legno scuro, i confessionali a gruppi di tre o quattro con la lucina accesa in alto quando c’era qualcuno, la grata che potevi aprire o chiudere e io la volevo aperta se no non sentivo cosa accidenti stesse bisbigliando il prete dall’altra parte. Le nervature moderniste in cemento del soffitto della chiesa, quella strana chiesa rotonda fatta ad anfiteatro dove il Monsignore aveva fatto arrivare gli scranni del Concilio Vaticano II, così comodi, imbottiti di verde, che non dormire durante l’omelia era ardua impresa, e spesso vano ogni tentativo di resistere.

Alla prima confessione eravamo tutti un pochino nervosi, con quelle lunghe preghiere che si dovevano imparare a memoria senza davvero capire (orsù, dunque avvocata nostra, ma era la regina due righe più su, e io mi chiedevo come avvocata, e che orso è, orsù, sarà sardo, chissà, ero già contorta allora, figuriamoci poi) e poi c’era il problema più grosso ancora, che uno a casa non ci pensava ma poi lì seduti sulle scomode panche a ridacchiare a un certo punto una aveva tirato fuori la questione e niente, avevamo smesso di ridacchiare tutti quanti.

Perché bisognava avere la lista dei peccati pronta da snocciolare, e c’era un po’ la gara a chi ne aveva di più, a chi li aveva meglio, e più interessanti, e c’era questo bambino molto vivace che a un certo punto disse con magnanima condiscendenza alla bimbetta occhialuta e troppo composta che ero io, di non preoccuparmi, che tanto lui ne aveva così tanti di peccati che non aveva problemi a regalarmi uno dei suoi da mettere nella mia magra lista, arrivando finalmente a quattro.

Ricordo distintamente la sensazione di sollievo provata non solo nell’aggiungere una voce alla mia lista, ma anche nello scoprire che tutto sommato il peccato ricevuto in omaggio era accettabile e non mi avrebbe condannata a dieci avemarie, me la sarei cavata forse con cinque, e se mi andava bene invece dell’atto di dolore avrei potuto dire solo ogesudamoreacceso, che era in rima e mi piaceva molto di più. Mi raccomandai caldamente che lui però lo eliminasse davvero dalla sua lista, chè mica potevamo avere lo stesso peccato tutti e due, il prete si sarebbe accorto che avevamo imbrogliato.

Sono passati un po’ di anni, la confessione a un prete non è che un pallido e straniante ricordo, eppure mi viene da sorridere con tenerezza all’idea dei bambini di sette, otto anni che si avvicinano per la prima volta a questo rito, psicanalisi ante litteram e utilissimo strumento di controllo e manipolazione dei padri spirituali che affiancavano re, vassalli, valvassori e valvassini.

Ma sopratutto rido di me, che dopo aver contestato con l’asprezza degli anni giovanili l’imperativo categorico materno di andare a confessarmi gratis da un prete, ho preferito pagare due o tre euro al minuto per fare la stessa cosa da uno strizzacervelli, con risultati, se possibile, ancora peggiori. Era meglio andare dal prete e coi soldi comprarmi una borsa o alimentare per un mese 2355 bimbi africani. 

E pensare che adesso, di peccati, ne avrei davvero tanti. Anzi, volete che ve ne presti uno o due? Giuro che li tolgo subito dalla mia lista, così non lo sa nessuno, che sono i miei e non i vostri.

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