Ho. 

Ho iniziato “Slumberland” di Paul Beatty. È uscito da poco, parla di negri (nel senso di niggah, il mio non è razzismo ma fedeltà lessicale), di Berlino e di musica, soprattutto jazz. Ha degli ultimi americani questa tendenza alla costante, sovrabbondante sinestesia di immagini e riferimenti che spesso non colgo neanche, frasi complesse e articolate a trasmettere sulla carta le nevrosi (il correttore automatico mi dà, freudianamente, necrosi) dell’homo americanus. Meno cervellotico e autocompiaciuto di Foer, Franzen, Wolfe, più scanzonato e “basso”, più istintivo, più nero. Mi sta piacendo molto più questo del precedente “Lo schiavista”, iniziato e temporaneamente sospeso. 

Ho da presentare una piccola serata culturale qui nel mio paese, abbiamo invitato un autore e io dovrò essere quella che conversa nella conversazione con l’autore. Ho preparato talmente tante domande che dubito resterà spazio a lui per dire qualcosa, ma vedremo. 

Ho un incipit che mi soddisfa per il mio, di romanzo, e mi prudono le dita dal desiderio di continuare. 

Ho il raffreddore. 

Ho attaccato un bottone al grembiule dei bambini. Ho fotografato e raccolto pratoline.

Ho bevuto un caffè delizioso e pensato a quanta gente durante il giorno ha tempo di bere caffè al bar, e mi è venuto in mente mio nonno Bruno, quando si lamentava del traffico da Montorso al mercato di Arzignano del martedì -dove era tassativo recarsi ogni settimana, poi prendere la verdura “dal Gallo” e la spesa “al Lidli”- chiedendosi dove andasse mai tutta quella gente, e perché non stessero a casa loro. Mia mamma (che guidava) e mia nonna gli ribattevano che anche lui era a spasso e quindi era uguale agli altri. Allora alzavamo il volume di radio Birikina che metteva le canzoni di liscio, c’era quella della suocera Camilla / con i suoi tacchi a spillo, e l’altra mia preferita, cantata con il vocione, “per combattere la nebbia in Val Padana / l’unico rimedio sai qual è/ la damigianaa”, e cantavamo. 

Erano sempre (spesso) le stesse conversazioni, un po’ noiose, ma tanto profondamente rassicuranti da mancare molto, poi, negli anni in cui lui non c’è stato più a pizzicarmi le guance paffute tanto forte da farmi male, a raccontarmi di quando durante la seconda guerra mondiale era di pattuglia sul Partenone, degli anni in Belgio in miniera, della volta che saltò giù dal treno che andava in Germania. 

Suo padre si chiamava Guglielmo, ricordo la foto sbiadita in cimitero di un uomo dallo sguardo fiero e dai favoriti ben curati. Dice mamma che lo ricorda ancora arrotolarne uno intorno al dito, il mio bisnonno. Io ricordo le scatole di tabacco di mio nonno, il berretto, e i soprannomi buffi che inventava per i fidanzati delle mie cugine, io ero piccola allora, e un fidanzatino non lo avevo. Allora mi inventavo di averne trovato uno per farlo contento, gli dissi che si chiamava Anacleto, e da allora fino agli ultimi giorni fu “E ‘Nacleto, come stalo Nacleto, falo pulito, ‘Nacleto?”
Ci sono momenti così, che ti ricordano in una frase pezzi di te che credevi dimenticati e sepolti sotto molteplici strati di vite successive. Ci sono anche persone così, che riescono a prenderti per mano e farti camminare indietro nel tuo passato, persone con cui stai così bene che non hai paura di aprire le scatole impolverate sopra l’armadio e mostrare anche le fotografie imbarazzanti di te da piccola. 

Condividere i ricordi, riviverli addolciti e sfocati dalla magnanima carezza della distanza, e insieme raccontare la parte di noi più autentica e pura, è qualcosa che non è sempre facile o scontato fare. Serve il momento giusto, il posto giusto, la persona giusta a cui dire Eccomi, sono questa qui. Con questo passato, da cui dipende questo presente. È un pezzo della mia strada, prendilo e custodiscilo. 

È bello, quando qualcuno ti fa dono di un suo ricordo. 

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