Primo mare. 

Ventiduemila passi, dice il diabolico congegno. E spicci, pure. 
La corsa di stamattina presto a fare scorta di endorfine. Gli andirivieni a casa, poi per preparare tutto il superfluo indispensabile per poco più di ventiquattro ore al mare, a 90 minuti di macchina da casa. Se fa caldo, se fa freddo, se si sporcano una volta, due, se pranziamo fuori. Per quattro, o meglio tre, che a ricordarmi tutto per loro dimentico sempre metà delle mie cose. E siccome lo so, da un anno all’altro mi lascio sempre biancheria di scorta, ma mi dimentico anche quello, e ogni volta mi sorprendo della mia smemorata previdenza. 

Il primo mare dell’anno, senti il profumo di sabbia già dalla via di accesso, la Jeep di Federico parcheggiata come sempre un po’ a cazzo, odore di fritto dal chiosco Veliero, la montagna di sabbia ricoperta di teli bianchi protegge ancora dalle mareggiate, tra poco i Caterpillar la spianeranno e i bagnini, quelle facce di cuoio rugose e bruciate dal sole, inizieranno a piantare file regolari di supporti per gli ombrelloni. Saluti di inizio stagione, ciao cara bentornata, ci vediamo presto quest’anno, eh, essí dico io. Siamo diventati amici un giorno che io ridevo in silenzio mentre lui cercava invano di farsi dire buongiorno da una signora stronza, ha questa specie di missione, ma senza speranza. Farò colazione qui nelle mattine di agosto, dopo la corsa, con Fede che mi prende in giro e dice ecco la blogger, cappuccino per la blogger. Poi c’è il bagnino fondamentalista  cattolico  che se per sbaglio ti scappa un buongiorno non ti molla piú  con la Madonna di Medjugorje e olè. Solite facce, rassicuranti, anno dopo anno. 

Nelle strade interne è aperto un negozio ogni quattro o cinque, tutto deve ancora cominciare. In spiaggia, chi con il piumino d’oca, chi già in costume. Fa ancora freddo, ma stasera sento la pelle del viso tirare, come fosse all’improvviso diventata troppo piccola per questa mia faccia asimmetrica e strana, dice Mery, sei rossa, il poco sole di oggi lo hai preso tu. 

Prima di pranzo restiamo al tavolino del bar, mio suocero e io. Offro io, due giri, poi mi rendo conto, mi pento, ma ormai è andata. Mi racconta cose, in preda all’aperol. Scatta una foto, la manda agli amici, lo vedo contento, poi arrivano tutti, andiamo a pranzo. Mangio più oggi di quanto abbia mangiato nell’intera settimana, sensi di colpa da piatto di pasta. Lascio i crostacei, mi basta l’idea del sapore. 

Pulisco, spolvero, rifaccio i letti, lavo i bagni, mi costringo a ignorare, per adesso, i vetri, i balconi, tutto.

Camminiamo ancora, altri passi. Il mare a destra esplora sfumature di smeraldo, gabbiani in volo, grida di bambini, risacca placida. Vento e profumo di salsedine, lieve malinconia nostalgica.

Finisce anche questo giorno, e domani il sole sorgerà sul mare. 

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