Dottori e robot antropomorfi. 

Una delle cose che non smettono di perplimermi alquanto è l’ostinazione con cui certe telefonate di telemarketing iniziano con una tizia (o un tizio) che si presentano come dottoressa o dottor Taldeitali. 

Ora, a parte il fatto che anche chissenefrega che sei dottoressa, a meno che tu non sia medico, voglio dire, ma questa cosa di esordire autodichiarandosi dottore è fastidiosa quanto un mattone sul mignolo del piede destro. 

Soprattutto se stai facendo telemarketing come uno stagista, o meglio, esattamente come la ragazza di Jaipur che dieci minuti prima di te ha cercato di convincermi a tornare in Vodafone, voglio dire. E sei pagato altrettanto, in un paese con un costo della vita molto più alto. 

La stessa sensazione straniante l’ho provata una domenica mattina di un paio d’anni fa. Mi trovavo in un grande negozio di scarpe, avevo chiesto alla commessa un sandalo elegante dal tacco medio e dal prezzo abbastanza contenuto. Mi ha presentato un paio di Stuart Weitzmann con uno stiletto da dodici cm e plateau. Quattrocento euro. Ho chiesto tacco e prezzo più bassi, e con disprezzo, passando dal lei al tu mi ha diretta verso le offerte (merce difettosa, ultimi numeri). Ora magari io sbagliavo, ma onestamente quattrocento euro di scarpe se proprio dovessi, lì spenderei in un negozio dove c’è una che me le ammorbidisce con il calore del suo respiro per farmele indossare. E se io alla domenica mattina sono in giro a fare shopping e tu a lavorare, magari (non è detto) ma magari non sei tu nella posizione di fare la sprezzante con me. Quelli che chiamano e si definiscono dottore mi fanno questo effetto. Tranne Giuseppe, che fa il dottore, e quando chiama dice sono Giuseppe. 

Viviamo in un paese e in un tempo in cui la maggior parte dei titoli di laurea serve quasi solo a ripagare in (giustificato, per carità) orgoglio “tutto quello che abbiamo speso per farti studiare”. Viviamo in un paese in cui non ci sono abbastanza posti di lavoro “qualificati” per le migliaia di laureati che le nostre università sfornano ogni anno, e molti meno laureati effettivamente qualificati per la professionalità che le aziende sono costrette a retribuire molto prima di poterla effettivamente trovare in un dipendente  un po’ dei requisiti. Mica tutti, che se pretendi che uno sia un filo versatile sei uno schiavista che non vuole retribuire le diverse specializzazioni, mica uno che ha sempre fatto da sé e per sé. 

Un dipendente, dicevo, che comunque a prescindere dai ventisette master e quindici  dottorati di ricerca, prima bisogna formare (investendo molti soldi e ancora più tempo, con il rischio costante che vada via poco dopo aver imparato ad arrangiarsi, o si riproduca).
Sentire questa gente che ti telefona per vendere qualcosa, qualsiasi cosa, e attacca dicendoti che è il dottor o la dottoressa Taldeitali, un po’ dà sui nervi, e tutto il resto fa tristezza.

Però… c’è un però. La dottoressa Taldeitali di stamattina vendeva robot antropomorfi, e devo ammettere mio malgrado che questa cosa mi ronza in testa da stamattina. 

Perché ovviamente, essendo io comunque sempre bionda, per me i robot antropomorfi non sono affatto i bracci robotizzati che estraggono una cosa incandescente dallo stampo e la spostano a raffreddare. No, no, no. Per me il robot antropomorfo è solo R. Daneel Olivaw. E io sento di volere un robot antropomorfo per il mio trentacinquesimo compleanno. Un robot antropomorfo programmato per riporre i vestiti, che a me stirare piace tanto, ma metter via la roba dopo, uh. 

(Se sei mio parente o simpatizzante, in alternativa al robot antropomorfo accetterò una macchina fotografica Polaroid o Fuji instax, o un teleobbiettivo Nikkor da 70/300 stabilizzato. Grazie)



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